Nicola Santi

Dove la luce, 2014

Primi capitoli del romanzo

§1 Autunno, 2014

L’estate migliore della mia vita? Senza esitazione quella del’93 a Monte Castello. Niente di quanto mi è capitato dopo è stato più spudoratamente felice di quei giorni trascorsi al Tesoro del Passatore, 700 metri sopra il livello del mare.

Sì, lo so cosa state pensando e sì, devo ammettere che avete ragione: c’era una ragazza di mezzo. Dannatamente carina, con due occhi verdi di bottiglia che non so nemmeno dire quanto mi manchino adesso. Però tutta quella felicità non dipendeva solo da lei, ma da un complesso di cose, per dirla alla Conte: la ricerca assurda di quel tesoro, i racconti di guerra del mio prozio Quarto, gli ospiti inglesi e Rino Bassi! Che paura a pensarci anche adesso. C’erano tuttavia pure la malizia di Ignes e la Montagna, con la emme maiuscola, i boschi, gli animali e i due laghi. Uno vero e grande giù in paese e l’altro poco più di uno stagno.

Entrambi verdi come gli occhi di Miranda.

Per non parlare poi del cielo, uno spettacolo immenso che non mi abbandonava neanche di notte. Quando mi coricavo, chiudendo gli occhi rivedevo quella cupola amichevole, priva di nuvole, proiettarsi sulle mie palpebre calate. Come se fossi ancora disteso sotto la statua del Passatore, con le mani a cuscino dietro la testa e il naso in su: ozioso, beato e felice.

Spesso in quelle visioni notturne c’era anche Miranda, il bordo delle sue labbra vicinissimo alle mie, sul punto di baciarmi.

O forse avete ragione voi e non c’era nulla di speciale in quella mia vacanza. Magari domani, tornando lassù, troverò solo la noia sonnacchiosa di un paesino tra gli Appennini. Probabilmente dipendeva dai miei diciotto anni, leggeri come acqua di fonte, costretti fino ad allora tra i portici bolognesi e poi detonati come una galassia in quei pochi mesi estivi.

La mia vita prima di Monte Castello era, in effetti, molto solitaria e, devo dire, non dissimile da come sarebbe stata negli anni seguenti. Ero un ragazzetto alto e magrissimo, una specie di spaventapasseri solitario e ossuto, dai lunghi capelli ricci. Non avevo pressoché amici e me ne fregavo pure. Passavo i miei giorni tra i libri, la scuola e gli spot pubblicitari che farcivano le serie televisive per noi adolescenti, in onda sulle reti Fininvest, nel pomeriggio dopo scuola. Ogni tanto uscivo con mio padre per andare al cinema, che allora significava necessariamente spostarsi di struttura in struttura, perché i multisala erano ancora di là da venire.

Così come i loro assurdi popcorn costosissimi.

Altre volte andavamo a mangiare qualcosa fuori porta, e tra i vari ristoranti rammento molto bene un locale a Sasso Marconi la cui sala era sempre fredda, estate e inverno. Ripensandoci, mi ricorda un po’ la mia vita di allora, insensibile al mondo e alle stagioni. Comunque, dicevo che andavamo spesso in quel locale, specie per fuggire al caldo torrido dei primi giorni di giugno. Le estati invece le passavo in Riviera, almeno nel mese più caldo, in un piccolo paese turistico attaccato a Riccione. Affittavamo sempre lo stesso appartamento sul porto canale, replicando più o meno lo stesso spettacolo di anno in anno. Arrivo in macchina con litigata tra i miei per l’aria condizionata e… ma sono cose che certo saprete già per averle vissute in prima persona. Come dicevo, la mia vita prima di Monte Castello era davvero ordinaria.

Spiace, ma il giovane Matteo Vanni, che poi sarei io, si è sempre mosso sul confine sottile della sociopatia. Me ne stavo lì, sotto l’ombrellone, come un impasto pallido lievitato a dismisura. Le gambe bianche penzolanti dallo sdraio e un libro in mano, mentre compagnie di miei coetanei scaraventavano ragazzine gaudenti in mare al ritmo di un paio al giorno. Sembravano tutti divertirsi un sacco: sempre intenti a fare o a progettare missioni notturne in questa o quella discoteca.

Era un mondo, quello, colorato, caotico e non di rado attraente: specie quando assumeva le forme minute e aggraziate di quella ragazza mora molto carina che, come me, tornava ogni anno proprio in quel bagno. La ricordo con piacere con i suoi costumi stretti e le unghie colorate. Forse si chiamava Cristina, o così mi era parso di origliare un giorno, quando mi passò vicina. Vi giuro che rammento perfettamente il suo profumo anche oggi, mentre sto scrivendo queste righe.

Vi racconto una cosa che non ho mai detto a nessuno: sul finire di un luglio la incontrai davanti alle cabine della doccia. Lei stava entrando per cambiarsi, aveva i capelli bagnati e un asciugamano bianco avvolto ai fianchi. Quando mi vide si fermò, guardandomi come il cerbiatto punta i fari di una macchina. O meglio, come la leonessa punta una gazzella appetitosa. Pur nella mia goffaggine riuscii a cogliere l’invito insito in quella situazione: il sorriso di lei, lo sguardo che passava da me alla porta socchiusa della cabina. Cosa feci? Ebbene, da stolto che ero, le sorrisi scuotendo il capo, non saprei dire se temessi uno scherzo oppure se fossi troppo imbranato. Per certo so che non entrai in quella cabina e ancora oggi me ne rammarico.

Scrivo questo solo per darvi un’idea di che razza di adolescente fossi: un tipo senza alcuna speranza, per farla breve.

Comunque sia, a parte quell’episodio isolato, io non mossi mai un passo verso i miei coetanei né loro s’interessarono a me. Vivevo come un albero, senza pretendere qualcos’altro rispetto a quello che già avevo e all’incirca con la stessa dinamicità. Avevo i miei libri, la mia famiglia e la mia vita solitaria, pacifica, serena e vuota. Almeno fino a quell’estate del ’93, la migliore della mia vita, come dicevo.

Già, la migliore.

Sono sincero quando lo scrivo, anche se suona strano alle mie stesse orecchie perché proprio quell’anno, prima che la bella stagione sfiorisse, mio papà morì e con lui anche qualcosa di fondamentale dentro me se ne andò, per non fare più ritorno.

§2 Primavera, 1850

Accovacciato con la schiena contro un castagno, Franco Pignelli teneva gli occhi puntati sulla strada sotto di lui, quasi cento metri più in basso. In verità era poco più di un sentiero serpeggiante attraverso il bosco. Stringeva in mano una doppietta piuttosto malmessa alla quale aveva segato via la canna per renderla più maneggevole. Per contro, la gittata dell’arma si era enormemente ridotta, per non parlare della precisione del tiro di cui, ora come ora, si poteva solo dire che sparava da qualche parte davanti alla bocca del fucile e nulla di più.

Franco controllò per la decima volta le cartucce nella giberna: c’erano ancora ma questo non fece che aumentare la sua ansia. Puntò lo sguardo verso l’uomo alla sua sinistra, anch’egli nascosto tra le fronde di un arbusto. Indossava un cappello con la tesa lunga, sopra un mantello marrone e, come Franco, stringeva in mano un fucile. Nel suo caso però si trattava di un moschetto di buona fattura. Aveva anche lo stocco in vita, il damerino, come se una spada potesse qualcosa contro il piombo di un fucile.

Comunque il problema non era lui, pensò Franco, e nemmeno la diligenza pontificia che da lì a poco avrebbe attraversato il sentiero cento metri più in basso. La cosa non costituiva un problema perché il piano era perfetto: quasi un’ora prima loro due avevano abbattuto con una scure un faggio in modo che ostruisse il passaggio. Quando la diligenza si fosse fermata, avrebbero aperto il fuoco sui gendarmi, mandando al creatore probabilmente due paia di pidocchiosi austriaci di cui nessuno mai avrebbe sentito la mancanza in Italia.

No, il piano era semplice, e come tutte le cose semplici aveva ottime probabilità di successo. Il problema era piuttosto lui, la mente che aveva architettato tutta la faccenda e adesso se ne stava qualche metro sopra di loro, nascosto dietro una roccia ricoperta di muschio.

Lui che si sarebbe preso da solo la metà del bottino e forse anche le loro vite se non fossero stati accorti come faine.

Lui, Stefano Pelloni, in Romagna conosciuto e temuto con il nome di Passatore.

§3 Autunno, 2014

Tre giorni fa ho ricevuto la lettera dal notaio Grossi di Monte Castello, la prima lettera che ricevo da quel posto in tutta la mia vita. Mi risulta difficile spiegare cosa sia successo in me, ma quella semplice bustina giallo ocra, con l’indirizzo scritto a mano, mi ha cambiato completamente la vita.

Circa il suo contenuto riferirò più avanti, ma non pensate che sia chissà che: è solo capitata nel momento sbagliato, con il suo carico di ricordi giovanili. Un po’ come ritrovarsi davanti a uno specchio magico con il potere di sovrapporre il nostro viso di vent’anni fa a quello logoro di adesso.

Non è stato un bel vedere. No, proprio per niente.

Così sono andato al lavoro (fermata del 73, discesa in centro seguita da dieci minuti a piedi) per salire dritto dal responsabile del personale. Gli ho parlato con una certa pacatezza della mia inquietudine, del fatto che per uno scrittore ritrovarsi a compilare le descrizioni di scarpe per un sito di e-commerce alla lunga è un po’ frustrante. Del fatto che lavoravo con loro da almeno cinque anni senza aver nemmeno sentito parlare di promozioni o aumenti di stipendio e altre cose così.

Insomma, ero lì per chiedergli un’aspettativa. Gianni Servi, il mio responsabile, mi ha ascoltato annuendo con la testa. Oh sì, mi capiva molto. Sì, molto frustrante il mio lavoro, eccome. Concordava con me su tutto.

Quando ebbi finito, mi spiegò che era molto contento di sentire che il mio punto di vista coincideva con quello dell’azienda: quell’impiego non era assolutamente adatto a uno scrittore con le mie capacità. Mi parlò dell’inquietudine della dirigenza rispetto alla mia crescente alienazione e del fatto che in tutti quegli anni non ero mai riuscito a fornire loro un buon motivo per propormi un aumento di stipendio.

E dire che ci tenevano così tanto.

Comunque sia, se non fossi salito io sarebbe sceso il Servi da me, probabilmente quel giorno stesso, per fare proprio questa chiacchierata.

Io, un po’ confuso, alla fine dovetti ammettere che la soluzione migliore per entrambi era quella di presentare le mie dimissioni in cambio di tre mensilità anticipate, il cappellino con il logo dell’azienda e una pacca sulle spalle.

Più tardi, mentre lasciavo la sede di S.O.L. Scarpe On Line con le mie cose in una poco cinematografica busta di plastica biodegradabile, ebbi l’occasione di incontrare la mia sostituta. Una ragazza sulla trentina sottobraccio a una donna, probabilmente la madre. Lei aveva un tailleur grigio fumo, invece la mamma una bella gonna rossa a fiori.

La ragazza era stata assunta al mio stesso stipendio e con il mio stesso contratto a tempo determinato.

Mentre si allontanavano, ho sentito dire dalla madre qualcosa del tipo: «Bene, adesso lasciamoci alle spalle la faccenda della ricerca. Non voglio più sentire parlare di astrofisica, di stelle o di dottorati».

La figlia aveva promesso, incrociando però le dita dietro la schiena. Per un po’ le ho guardate allontanarsi fino a quando hanno svoltato l’angolo e sono scomparse.

Una laureata alla mia scrivania. Un’astrofisica, per giunta. Considerate che io ho solo il diploma di ragioniere e venivo pagato come un licenziato di terza media.

Così sono tornato a casa (dieci minuti a piedi, fermata del

73 e discesa nel mio Comune periferico) con in petto il timore opprimente che prima del tramonto avrei commesso un altro imperdonabile sbaglio.

Timore rivelatosi assolutamente fondato.

§4 Primavera, 1850

Franco Pignelli, ancora nascosto in attesa della diligenza pontificia, iniziava a ritenere di aver fatto un grosso errore a impelagarsi con il Passatore. Fino ad allora si era sempre occupato di piccoli furtarelli, così, solo per campare e nemmeno a tempo pieno. Lavorava spesso come bracciante o come muratore quando lo chiamavano. Una volta era andato fino a Bologna, addirittura! Ci era rimasto per quasi due mesi per costruire una casa nel centro. Bella città e belle figliole nei bordelli nei dintorni dell’università, ma questo era un altro discorso. Doveva rimanere concentrato sul presente.

Il Pignelli era un bandito solo a tempo perso, per arrotondare o più spesso per dare risposte concrete ai morsi della fame.

Per contro il Passatore era un vero delinquente, un professionista, come aveva già dimostrato invadendo e saccheggiando diversi paesi, come Cotignola o Brisighella, al comando della sua banda di tagliaborse e assassini. Questo era il primo problema: il divario troppo grande tra le loro professionalità.

Poi c’era la questione che Monte Castello non era mai stato in Romagna a quanto ne sapesse Franco, e il Passatore era noto per operare solo là, in odore di salsedine. Certo qualche capatina nel Granducato di Toscana la faceva pure, ma per scrollarsi di dosso la puzza dei birri, mica per fare casotto. Questa stranezza costituiva la seconda difficoltà di quell’impresa.

Infine, c’era il punto interrogativo più grande di tutti: cosa ci faceva il Passatore a Monte Castello tutto solo? Cioè dove erano finiti i trenta manigoldi con cui scorrazzava in Romagna? Perché si era rivolto a lui e a quell’altro sfortunato che adesso attendeva la diligenza?

No, le domande erano veramente troppe e più ci rifletteva più Franco Pignelli sentiva un sudorino freddo impregnargli il collo della camicia. Vi passò una mano sopra per nettarsi, ma la paura andava aumentando. Se non voleva diventare cibo per i pesci, avrebbe dovuto inventarsi qualcosa e anche in fretta.

Scappare non era una buona idea, il Passatore lo avrebbe centrato alla schiena prima di riuscire a dileguarsi tra gli alberi. Non a caso si era piazzato alle loro spalle, la serpe! No, scappare era una scemenza, doveva inventarsi qualcos’altro.

«Ehi» bisbigliò Franco al suo complice.

«Che vuoi, ti caghi sotto, eh?» lo sfotté lui senza troppi complimenti.

«Quello là,» disse Franco indicando il Passatore e ignorando la provocazione «te lo conosci?»

Lui fece cenno di no con il capo. «Senti un po’, ma hai capito chi è?» Il complice annuì.

«È il Passatore» quasi bisbigliò Franco, «l’è un feroce bandito. Mia come noi due, ve’»

«E allora?» chiese un po’ interdetto l’altro bandito.

«Allora e allora.» Certo che era proprio gnucco quello lì, bisognava spiegargli ogni cosa. «Allora chi ci dice che non ci fa fuori? Quando abbiamo finito qui, dico. Quello ci ammazza tutti e due, ve’.»

Il complice rimase pensieroso per qualche secondo, cercando di unire i puntini nella sua mente. Caspita che fesso!

«Può darsi» rispose infine, brevemente.

«Può darsi» fece eco ironicamente Franco. «Allora?»

Seguì un silenzio carico di elucubrazioni rotto infine dal Franco. «Lo ammazziamo prima noi» propose secco.

Il bandito spalancò gli occhi. «Ammazziamo il Passatore?»

«Sì, è pur sempre un uomo, no? Mangia, caga. Si potrà ammazzare o no?»

Il bandito lo guardò con un sorriso indecifrabile e rispose con un’unica domanda: «Quando?».

Franco Pignelli gettò un’occhiata furtiva al Passatore, nascosto dietro il suo masso verde.

«Appena ci sbarazzeremo dei gendarmi» spiegò Franco tornando a guardare verso il complice. «Allora lo faremo fuori e ci spartiremo gli scudi. Mezzo e mezzo» precisò subito per evitare spiacevoli sorprese dopo.

Il bandito annuì senza aggiungere una parola, l’accordo era siglato. In quel momento, con un tempismo drammatico, si sentì il rumore lontano di una carrozza e di diverse cavalcature. Il Passatore si sporse dal suo rifugio e fece cenno ai suoi uomini di tenersi pronti.

Franco annuì, non era stato mai più pronto in vita sua. Controllò nuovamente le cartucce nella giberna: erano ancora tutte lì.

§5 Autunno, 2014

Stanotte ho la possibilità di scegliere dove dormire tra il divano e il letto matrimoniale, ammettendo di riuscire a prendere sonno dopo quello che è successo. Teresa, mia moglie, non avrà nulla da ridire.

Forse sceglierò il talamo nuziale in onore dei vecchi tempi. Potrebbe anche essere l’ultima volta che dormo qui dopotutto.

Teresa è fuggita un paio d’ore fa, immagino che abbia cercato asilo dalla madre. Spero che sia dalla madre, a dire il vero. Prima di sbattere la porta dietro di sé ha urlato che non avrebbe più rimesso piede qui dentro fino a quando non me ne fossi andato.

Ora non vorrei che fraintendeste: sono stato io a lasciarla.

In modo maldestro e certamente disonorevole. Non credo che sentirà la mia mancanza, è una donna spaventosamente forte e poco incline al sentimento. Si terrà quest’appartamento (è stata molto chiara a riguardo), ridipingerà la sala e, se l’intuito non m’inganna, creerà un varco con l’appartamento confinante raggiungendo l’invidiabile estensione di 200 metri quadri calpestabili. Un lusso raro in questi tempi di crisi.

Non posso nemmeno escludere che in questo preciso momento stia svuotando i nostri conti correnti online per ristabilire un minimo di giustizia nel mondo.

Non m’importa, dico davvero. Al momento non sento neppure dolore. Sono qui, stordito, solo, come anestetizzato, mentre tutto si muove attorno a me senza alcun senso apparente. Cammino avanti e indietro in questa casa, passo dal divano, alla camera dei figli che non abbiamo mai avuto (sicuramente per colpa dei miei spermatozoi pigri), alla cucina sempre in ordine, al suo frigo sempre perfettamente rifornito.

Penso agli anni passati qui, a quello che ho concluso, ovvero poco o niente.

Ma non m’importa, davvero.

Mi interessano invece le lacrime di Teresa, quelle non me le aspettavo proprio: dopo anni di vite separate, di amici separati, di vacanze separate, di hobby separati e di letture separate di libri diversi, non me le aspettavo proprio. Teresa e io non abbiamo mai avuto nulla in comune, più che coniugi siamo stati soldatini, coinquilini e ostinati testoni. Non parlavamo più, ci passavamo solo le consegne per la giornata, tipo la camicia in tintoria, cosa comprare al supermercato o questo post-it che mi ricorda di riparare il campanello che da un po’ ha smesso di suonare.

Non so perché proprio stasera, dopo tanti anni, io abbia trovato il coraggio di scavare nel fuoco a mani nude e parlarle. Immagino che c’entri la lettera del notaio, ma le implicazioni profonde di causalità mi sfuggono come anguille in un fiume. O forse il licenziamento di oggi, chissà.

«Non sei infelice anche tu, come me?» le ho chiesto infine.

Lei non ha risposto, ma è scappata in camera ed è stato in quel preciso momento, ma solo per pochi istanti, che ho visto il luccichio delle sue lacrime.

Non ho dovuto attendere molto però perché tornasse assieme a quella sua tempra d’acciaio. Rientrata in salotto era truccata perfettamente, vestita in tiro, nessuna fede al dito e la valigia arancione comprata a Capri al suo fianco. Mi ha aggredito elencando tutti i miei fallimenti, e non sono pochi: di come la vita con me sia stata un tale inferno, di come le abbia rubato gli anni migliori della sua esistenza e di quanto io sia quel miserabile essere che entrambi conosciamo bene.

Di tutto quel discorso, in cui non posso negare ci sia molto di vero, ricordo solo la parola scrittore, usata a più riprese per deridermi. Vedete, il punto è che da ragazzo volevo fare lo scrittore. Quando partii per Monte Castello avevo con me solo lo zaino, il walkman e la mia macchina da scrivere. Era una Olivetti azzurra e bianca, con il nastro bicolore per scrivere anche in rosso.

La usai solo in quella vacanza, per le storie di guerra del mio prozio Quarto e poi è finita da qualche parte, forse in cantina da mia mamma e da lì sarà scomparsa assieme agli altri sogni dimenticati dal mondo. Tipo l’amore, i buoni vicini, Atlantide e il Minotauro…

«Lo vedi, razza di cretino,» mi ha gridato dietro Teresa «anche adesso mi dici dove sei finito con la testa?»

«Scusa, stavo pensando alla mia macchina da scrivere» le ho detto.

Ovviamente la risposta era la più sbagliata che potessi fornire e così Teresa se n’è andata sbattendo la porta e lasciandomi qui a decidere su quale letto passare la notte.

Comunque va abbastanza bene, davvero, non ho tempo per deprimermi: dopotutto devo ancora fare le valigie perché domani si parte.

Ditemi: riuscite a immaginare la mia destinazione?

§6 Primavera, 1850

L’imboscata si risolse in pochi minuti. La diligenza pontificia, scortata da tre gendarmi, arrivò di buon passo sul luogo. Il cocchiere non fece in tempo a vedere l’albero al suolo, in mezzo al sentiero, che subito pensò: imboscata!

Allora urlò quella parola buttandosi a terra, non avendo alcuna intenzione di lasciarci la pelle per proteggere l’oro di cardinali e vescovi, che ci andassero loro in paradiso, sicuramente ci si sarebbero trovati molto meglio di lui, che tanto un poveraccio è un poveraccio anche in paradiso. Così Francesco Volpi rotolò al suolo e incominciò a correre in favore di gravità verso le sponde del lago di Monte Castello che splendeva oltre il fogliame verde degli alberi, distante meno di mezzo chilometro. L’unica sua cura fu di tenersi basso e muoversi a zig-zag mentre i colpi di pallettoni esplodevano alle sue spalle.

Francesco Volpi raggiunse le sponde del lago e per poco non ci finì dentro per la rincorsa che aveva: riuscì però a fermarsi facendo ruzzolare in acqua diverse rocce che precipitarono come una valanga nel lago gelato. Da piccolo, Lorenzo, un bambino suo amico, ci era morto in un lago per colpa del freddo, così Francesco non ritenne astuto tuffarsi. Si guardò invece intorno in cerca di un riparo mentre lontano infuriava l’imboscata.

Diversamente andò per gli uomini della scorta pontificia. La carrozza non fece in tempo a fermarsi che pensarono anche loro, correttamente, a un’imboscata. Il primo si voltò verso il monte, giusto in tempo per vedere il lampo di un moschetto e rendere l’anima al Creatore.

Il secondo, invece, riuscì a smontare da cavallo e a estrarre la pistola ma una rosata di colpi gli esplose contro riempiendo l’aria di fischi e sangue, ferendolo gravemente a una caviglia. Cadde al suolo e con lui la sua cavalcatura, colpita invece alla testa e deceduta sul colpo. Quando la bestia lo schiacciò gli fratturò entrambe le gambe, immobilizzandolo in una trappola di dolore.

Il terzo uomo, invece di fermarsi, spronò il suo cavallo per portarlo più avanti, dietro la carrozza, che gli offrì così una copertura temporanea. Smontò e spianò il fucile attraverso i raggi della grande ruota posteriore. Appena un bandito, Franco Pignelli per la precisione, esplose il colpo che uccise il cavallo del secondo gendarme, il terzo uomo della scorta mirò attentamente e sparò, mancando Franco solo di pochi centimetri. Per sua sfortuna il secondo bandito, nel frattempo, si era spostato in modo da averlo sulla sua linea di tiro ed esplose il colpo che lo uccise.

L’imboscata era così finita.

§7 Autunno, 2014

Sono qui in cucina che sto mangiando fette biscottate e Nutella. Alla fine, ho dormito sul divano perché non mi sembrava corretto avvicinarmi al mio letto da sposo. Non dopo la litigata di ieri.

Devo ammettere di essere piuttosto sconcertato: non saprei dire se abbia ancora una moglie o no. Propendo però per il no.

Comunque, sono qui, immerso nei miei pensieri, quando vedo la faccia da ratto del Tregian spuntare dal basso muretto giallo che separa i nostri giardini. Istintivamente mi accuccio sotto il tavolo prima che riesca a vedermi, così mi accorgo che ha in mano il suo cellulare nuovo e sta parlando con qualcuno.

«No, non c’è nessuno neanche in cucina» riferisce sulle punte dei piedi per riuscire meglio a ficcare il naso in casa mia. «Forse starà ancora dormendo. Oppure sarà andato a sbronzarsi dopo la litigata.»

Qui la parola chiave è litigata. Vedete, io non ho detto niente a nessuno della discussione di ieri sera, solo Teresa e io ne siamo al corrente. Per cui vi domando: secondo voi, con chi è adesso al telefono Tregian? Non lo sapete? Vi do un indizio: la settimana scorsa sono rincasato prima dal lavoro senza avvisare. Mio errore, direte e avete certamente ragione. Comunque, l’ho fatto e ho trovato Teresa e Treggia seduti sul divano. Niente di strano se non avessero reagito in modo così colpevole, parlando molto e a sproposito, visibilmente imbarazzati. Lui era passato a trovare mia moglie per mostrarle il suo nuovo cellulare.

Così mi ha detto almeno.

Quindi ve lo domando di nuovo: con chi è adesso al telefono Tregian?

Sento la rabbia montare dentro di me, così mi alzo di scatto e mi precipito in giardino: il pollo per lo spavento indietreggia repentinamente lasciando cadere il cellulare, purtroppo per lui, dal mio lato del giardino.

Così lo afferro e grido al microfono: «Teresa? Teresa sei tu?». Nessuna risposta, ma il misterioso interlocutore riattacca, mentre sullo schermo appare il nome registrato in rubrica: Titti.

Sì, Titti.

In preda a una furia che avevo sperimentato solo con Rino Bassi, scaglio il telefono in testa al mio vicino, sfortunatamente mancandolo. Non sono mai stato bravo con gli sport, eccettuato il nuoto naturalmente.

«Ma sei impazzito?» mi grida dietro lui.

«Con chi stavi parlando al cellulare, eh?» gli urlo in faccia di rimando. «Con chi cazzo stavi parlando?»

«Eh, s-scusa io, stavo…» balbetta il verme.

«Parlando con mia moglie, giusto?» lo accuso senza remore.

«No, scherzi?» si giustifica, ma è visibilmente spaventato dalla mia reazione. «Devo andare adesso, per il telefono poi mi farò sentire.»

«Per il telefono cosa?» lo provoco mentre si china per raccogliere il suo S4 piuttosto malconcio e fugge dentro casa. «Vuoi anche dei soldi per esserti sbattuto mia moglie?»

Urlo, come un pazzo, me ne rendo conto solo attraverso le mie orecchie: come se la cosa stesse capitando a un altro. Tutti devono sapere, tutti devono essere parte della mia sofferenza.

Senza riflettere provo a salire sul muro giallo che mi separa dal suo curatissimo giardinetto, ma è troppo alto. Ai tempi di Monte Castello sarei riuscito ad arrampicarmi sopra senza problemi ma adesso, be’, diciamo che bagnato sposto certamente i cento chili. Così torno sui miei passi e prendo una seggiola di ferro, di quelle pieghevoli da giardino, e l’avvicino al muro. Ci salgo sopra e infine mi isso sul muro di confine.

Il Tregian intanto è con un piede dentro casa, pronto a rintanarsi al sicuro. È di nuovo al telefono, la merda. Evidentemente quello smartphone funziona ancora, stupidi prodotti Samsung!

Non riesco a raggiungerlo: è ormai praticamente in casa quel nano. Voglio però dargli qualcosa da raccontare a mia moglie, così tiro fuori l’uccello e inizio a pisciare sui suoi preziosi tulipani. Oh sì, proprio quelli che ha ordinato dall’Olanda.

«È salito sul muro e sta pisciando nel mio giardino.» Scarso anche come cronista il buon Tregian, sghignazzo fuori di me. «Sì, sì, ti giuro. Ora chiamo… va bene. Rientro subito in casa, ma solo perché me lo chiedi tu.»

«Bravo, scappa pure!» lo schernisco scrollando le ultime gocce della mia minzione mattutina. «Tanto tornerò a prenderti, bastardo!»

Per tutta risposta il Tregian, gridando attraverso il vasistas della finestra, mi minaccia alla buona, senza troppa pratica: «Aspettati una denuncia per questo!».

La voce però gli esce tremolante coprendolo solo di ridicolo.

«Baciami il culo, coglione!» gli rispondo senza esitare.

Dalla mia posizione sospesa guardo il suo giardino tutto in ordine, quasi zen, pieno di cosine orientali e, pago del mio contributo, rimetto l’uccello nelle mutande.

Avrei voglia di ridere e adesso lo faccio in modo esagerato, senza riuscire a fermarmi. Con le lacrime che mi colano lungo il viso e le mascelle che mi dolgono per lo sforzo.

Sto impazzendo, realizzo in un momento di lucidità, prima che le gambe mi cedano e cada all’indietro nel mio giardino. Fortunatamente evito la sedia di ferro, altrimenti mi sarei fatto molto male.

Rimango steso a terra, guardando il cielo come facevo da ragazzo: mi sono perso.

Perso.

Perso.

Quando ci si perde dicono che bisogna tornare nell’ultimo luogo in cui ci si è visti: quel luogo per me è Monte Castello. L’ultima volta che ero ancora io, vivo e felice ero lì, ed è lì che devo tornare.

Lascio passare del tempo, è quello che ho fatto tutta la vita. Poi mi alzo a fatica e rientro in casa per fare i bagagli, è tempo di lasciare questa vita per sempre.

§8 Primavera, 1850

Franco Pignelli se l’era fatta nelle braghe quando il colpo del terzo gendarme, per poco, non gli aveva portato via metà testa. Fortunatamente si era lasciato cadere dietro la sua protezione giusto in tempo per portare a casa la pellaccia. La vescica però a quel punto aveva ceduto. Pazienza, comunque quello doveva proprio essere il suo giorno fortunato.

Gli spari erano cessati, a quanto pareva il suo complice sapeva cavarsela bene. In tutto quel tempo il Passatore non si era mosso dalla sua postazione, bastardo approfittatore!

Franco si alzò un po’ traballante sulle gambe e scese verso la diligenza seguendo i passi del suo complice e confidando che nessuno avrebbe notato la macchia sui suoi calzoni, già comunque luridi per il lavoro nei campi e la poca confidenza con il sapone.

Il gendarme bloccato sotto il cavallo urlava di dolore, madido di sudore e con lo sguardo terrorizzato del pazzo. Franco temeva che quelle urla potessero attirare qualcuno, quei boschi in fondo erano sempre pieni di cacciatori.

L’altro bandito si mise il dito indice sulla bocca per imporre al gendarme di fare silenzio ma questi non poteva farci molto, la gamba fratturata e il peso del cavallo erano una sofferenza insopportabile.

Il bandito lo guardò in quel modo enigmatico, come se stesse riflettendo sulla situazione. Franco stava per proporre di dare al gendarme una bella bastonata per farlo tacere ma non riuscì ad aprire bocca che il bandito estrasse lo stocco dal fodero e lo piantò di punta nel cuore del gendarme, facendolo penetrare nel costato del malcapitato di parecchi centimetri. Il suo ultimo grido si svuotò di potenza, come sfiatato, mentre il sangue gli usciva dal petto e ai lati della bocca.

Franco emise un grido disgustato, chiuse gli occhi e non poté fare a meno di girarsi dall’altra parte.

«Debole di stomaco?» lo canzonò il bandito basso e tarchiato. «Oltre che di vescica…» continuò indicando la patta di Franco con la punta della spada insanguinata, appena estratta dal cadavere del gendarme.

«No, no» rispose Franco cercando di darsi un contegno. Adesso iniziava ad avere paura di quell’uomo. «Sto bene, è solo che un proiettile mi è passato vicino alla testa.»

«Certo, come no» gli rispose sarcastico l’uomo guardando un punto alle spalle di Franco, così anche questi si voltò per scoprire, dietro di lui, la figura pesante del Passatore. Fermo come la statua di un santo, con il viso nascosto dietro una folta barba e in mano un fucile sgangherato che aveva visto giorni migliori.

Merda! pensò Franco cercando disperatamente di non cedere al panico e ringraziando di essere passato, quella mattina, in campo a svuotare le viscere.

§9 Estate, 1993

La corriera della linea blu ATC fermò i motori di colpo e, con un rantolo, rese l’anima a Dio crollando esanime per il caldo, la salita e il carico di villeggianti. Era il 25 giugno 1993, avevo appena compiuto diciotto anni e mi sentivo a tutti gli effetti un uomo.

Ridete pure, c’è di che riderne in effetti.

Ci fermammo davanti al Lilly Bar di Monte Castello, io avevo già rimesso il walkman nel mio zaino, un Invicta mimetico, assieme alle cuffie diligentemente strette con il loro cavo. Per il viaggio mi ero registrato una bella cassettina con un disco di Guccini inciso ben dieci anni prima, un live in piazza Maggiore.

Avevo tutti i brani (mio padre possedeva il doppio album) ma ascoltavo e riascoltavo in modo ossessivo solo gli ultimi pezzi. Ricordo perfettamente ordine e titoli: Incontro, Vedi cara, Un altro giorno è andato e poi la stupenda, immensa, mestissima e romantica Canzone quasi d’amore.

Su quel pezzo ho pianto più di una volta, non mi vergogno ad ammetterlo: la chitarra di Flaco e la voce del Maestrone costituivano un impasto perfetto. Tutto queste parole solo per dire che le due ore e passa di viaggio mi erano volate. Scrivendo mi torna in mente quel logo contro la pirateria musicale, lo ricordate? Era rappresentata una cassetta come la jolie rouge, la nota bandiera col teschio dei pirati. Immagino che adesso le case discografiche sarebbero ben contente di tornare ai lamenti di quegli anni senza Internet.

Chiusi lo zaino e lo misi in spalla, poi presi dalla cappelliera il mio unico bagaglio a mano, costituito da una macchina da scrivere Olivetti custodita nella sua valigetta nera da viaggio, e mi avviai verso l’uscita assieme agli altri villeggianti.

La prima cosa che notai fu l’aria decisamente più fresca rispetto a quella dell’autostazione di Bologna e, per la prima volta, vidi quel cielo terso di cui ho già parlato. Mi trovavo in una piccola piazza schiacciata contro la statale, alla mia sinistra si notava un’edicola e davanti a me il bar che avrei scoperto essere di Liliana, un donnone di cinquant’anni di età per un centinaio di chili di peso. Per stare al passo con i tempi aveva cambiato il nome del locale da un prosaico Bar Liliana al notevolmente più fashion Lilly Bar. Il restyling non aveva portato però risultati apprezzabili, a quanto mi raccontò una volta la stessa Liliana. Gli avventori, infatti, non erano aumentati ma, precisò con ostinazione, neanche diminuiti. Immagino che avere l’unico bar nel raggio di trenta chilometri giocasse un ruolo più importante di ogni strategia di marketing.

Mi guardai intorno cercando Marco Alberani, il tuttofare di mio zio che avrebbe dovuto venirmi a prendere. Non c’era e, se lo avessi conosciuto bene, non me ne sarai meravigliato affatto: Marco non era quello che si può definire un tipo zelante. Guardai l’ora, mancavano dieci minuti a mezzogiorno. Io ero in orario perfetto, così mi accomodai su una panchina domandandomi se fosse il caso di tornare alla mia musica.

Oppure no? Forse non valeva la pena di tirare fuori tutto, in fondo Alberani sarebbe giunto di lì a poco.

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