Nicola Santi

Lo spazio come scusa, 2018

Primi capitoli del romanzo

Cara Lara, §1

alla fine, sono partito! Lo so, non ci credo neppure io; dopo avertene parlato così tante volte… poi, l’altra settimana, così, all’improvviso, ho telefonato al Porn Hub Space Center confermando la mia partecipazione alla missione. Ma sì, basta con i ripensamenti, i dubbi; basta con le notti spese a cercare un modo per averti o, peggio, per accontentarmi del poco che puoi darmi. Sempre in attesa di una tua chiamata, in bilico tra speranza e disperazione. So bene che ti scocci quando parlo così, che ritieni ci siano destini impraticabili per noi due, impossibili, come dici tu; d’altra parte, io, credimi, non ho alcuna intenzione di litigare nuovamente.

Potrebbe non avere nemmeno più senso, ora che me ne vado.

Forse mi hai visto in streaming internet; lo hai fatto? Ci hanno detto che la diretta è stata seguita da quasi due miliardi e mezzo di persone in tutto il mondo, all over the world, come dicono da queste parti. C’era anche quell’attore biondo, quello di Dove la luce, quel pasticcio sentimentale che ti piace tanto, tratto dal famoso romanzo del XXI secolo. Ho anche pensato di chiedergli un autografo, di spedirtelo; poi ho desistito. Come al solito, dirai tu, e non riesco a darti torto.

Mentre eravamo sotto quel palco, al buio, in attesa di essere presentati al pubblico, con addosso le nostre belle tute nuove dall’esterno lucido e l’interno madido di sudore, Kowalczyk mimava il discorso del direttore generale, che rimbombava cupo anche là sotto, facendo sbellicare tutti dal ridere. Sembrava un comico del cinema muto.

No, ovviamente ero tra i pochi che non ridevamo: ho una reputazione da duro che devo difendere :-) Ti ricorderai di Kowalczyk, era quel polacco fastidioso, a metà strada tra un bulletto e clown bipolare. Quello che avevo cercato di evitare per tutto il corso di preparazione e adesso mi ritrovo, addirittura, nella mia unità!

Come faceva a fare sbellicare tutti gli altri, ti chiederai? Semplicemente, ogni volta che il direttore generale accennava al successo della nostra missione, Andrej Kowalczyk mimava di spararsi ai coglioni, o di gettare un cappio oltre una trave immaginaria a cui impiccarsi, oppure d’incendiarsi o altre bravate alla Franti, se posso permettermi di citare un romanzo ancora più vecchio come Cuore.

Tutti ridevamo più per la fottuta paura d’imbarcarci in questo assurdo viaggio, credo, che per le scemenze di quell’idiota. Alla fine, è dovuto intervenire perfino il capitano Brent Archer in persona per ripristinare l’ordine, minacciando di lasciarlo a terra se non fosse rientrato immediatamente nei ranghi.

Ritengo che se avesse dato corso a quelle minacce, gli avrebbe solo reso un favore. Nemmeno io sono particolarmente felice di imbarcarmi in questa impresa e ci tengo molto a precisare che lo faccio solo a causa della tua dannata ostinazione. Non mi sembrava di chiederti poi molto; certo, sì, molto volevo e lo voglio ancora da te. Mi sarei però accontentato anche solo della tua amicizia, di una frequentazione che andasse oltre quella professionale, un incontro mensile per un caffè o un film.

A questo pensavo, anche là sotto, dove grossi ratti americani si contorcevano l’uno sull’altro, avvolti dall’oscurità degli angoli più lontani da noi, incerti se fuggire o morderci. Più propensi per la seconda ipotesi, immagino. Pensavo a te anche là sotto, mentre lame di luce perforavano il buio e facevano danzare pulviscoli di polvere lungo traiettorie imprevedibili: l’Atlantico, a quanto pare, non è distanza sufficiente per dimenticarti.

Forse lo sarà lo spazio.

Quando poi siamo saliti sul palco, alle due del pomeriggio texano, il sole era così abbagliante che la protezione fotocromatica delle visiere ha iniziato a scurirsi, celando i nostri volti alla curiosità delle telecamere. Gli assistenti dei cameramen hanno iniziato a sbracciarsi per farci comprendere la situazione fino a quando abbiamo aperto tutti il casco, contrariamente a quanto convenuto durante le prove.

Meglio così, comunque, io mi sentivo soffocare lì dentro: per il caldo, certo, ma anche per la tensione. Ci saranno state molte migliaia di persone ad applaudirci, sventolando quelle stupide bandierine arancioni e nere. Molti avevano anche quelle dita giganti di gomma piuma, con i soli indici e pollici da indossare come un guanto. Mi sembra che le usino negli eventi sportivi o che so io.

Diversi droni sorvolavano tutta l’area per fornire al pubblico inquadrature mozzafiato di quella folla oceanica, riunita lì per anticipare il nostro probabile funerale.

E la rock band! Niente di meno che quel gruppo di metallari diventati famosi per aver sventato l’attentato al loro concerto di Londra; ora non mi sovviene neanche il loro nome, ma sono certo che hai capito di chi sto parlando. Ti avevo anche spedito una loro canzone, un po’ di tempo fa; non mi hai mai detto se ti fosse piaciuta. Hai ancora qualche giorno per farlo.

Pochi giorni, a dire il vero.

Mentre il cantante urlava in falsetto e le Les Paul mettevano a dura prova il wattaggio degli altoparlanti, noi sfilavamo sopra una lunga passerella che spartiva in due il nostro pubblico, come il bastone di Mosè fece con il mar Nero, secoli fa. Era lunga almeno una cinquantina di metri, forse anche di più visto che qui usano le iarde o alte grottesche unità di misura non decimali.

Odio gli americani, odio il mondo intero.

Non ho potuto fare a meno di notare, quando è arrivato il mio turno e ho iniziato a sfilare, le molte ragazze ai lati della passerella: gridavano come invasate, saltavano, alcune mi mostravano il crocifisso mentre altre, all’opposto, alzavano addirittura la maglietta mostrando seni rotondi, abbronzati, piccoli o grandi. Tutte, davvero tutte, mandavano baci e promesse di uscire assieme al momento del nostro ritorno.

Non posso negare che la cosa mi abbia toccato.

Sei gelosa, eh? Spero proprio di sì ma immagino di no. Inoltre, non dovresti: guardandole, il mio pensiero andava comunque a te, come mi capita spesso in questi giorni barra mesi barra anni. Perdonerai, certo, se sono tornato al tu, scrivendoti. So che non vuoi, che non hai mai voluto, ma è l’unico rimedio rimastomi per sentirti più vicina ti posso garantire che non ho alcuna intenzione di rinunciarvi.

Tutta la presentazione sarà durata al massimo un paio d’ore, anche se mi sono parse Cent’anni di solitudine. Sullo schermo olografico, esageratamente grande, che troneggiava alle nostre spalle, la regia proiettava una bell’animazione 3D in cui spiegavano i dettagli più appariscenti del nostro viaggio interstellare: dall’effetto fionda attorno a soli e grossi pianeti, alle nostre comode cuccette, alle Ai, alla gravità artificiale, alle palestre, alle piscine, al ponte di comunicazione, ai ristoranti e, infine, arbitrariamente spogliato da ogni rischio, il miracolo del nostro arrivo su T2; o E2, come dicono qui, producendo un suono del tutto simile a uno starnuto.

Il nostro successo è stato rivenduto al pubblico come dannatamente probabile, se non proprio del tutto certo. Ti renderai conto, Lara, come le cose non stanno affatto così: tutta questa faccenda è l’emanazione dell’ego malato di John Truman, il direttore generale di Porn Hub, il super colosso del porno, che ha praticamente finanziato da solo tutta la missione. Non a caso logo aziendale era presente dappertutto in quella manifestazione: dalle nostre tute, alle bandiere, al palco, ai cappellini, alle magliette, ai palloncini e sui profilattici lanciati come coriandoli dal palco. Perfino su quella mongolfiera a forma di tette che forse, a voi telespettatori, hanno risparmiato.

La stampa già ci chiama i pornonauti…

Io, già affaticato per mantenere sul mio volto un timido accenno di sorriso, al trentesimo anticipo del successo della missione e corrispondente grattata di coglioni da parte di Andrej Kowalczyk, ho deciso che non c’era proprio nulla da ridere in tutta questa stupida storia. Così me ne sono rimasto un po’ defilato, nascosto tra i miei compagni di viaggio: quelli della terza classe, per capirci. Ti dico solo che una quarta classe non è prevista sulla Noah, noi siamo gli ultimi, i personaggi accessori, folcloristici, direi.

Al termine di tutto siamo ridiscesi sotto il palco, passando dalle luci della ribalta alla merda di topo di quella specie di sottoscala dove, senza troppi convenevoli, ci hanno fanno spogliare, maschi e femmine assieme, per recuperare le loro preziose tutte spaziali. Tute che abbiamo poi scoperto essere costumi di scena: quelle vere ce le daranno nei prossimi giorni. Ti scrivo questo solo per ribadire il ruolo della menzogna in tutto questo circo mediatico.

Forse avrai seguito l’evento in diretta, Lara, o forse non lo hai fatto. Ora come ora non so nemmeno se hai letto il messaggio che ti ho lasciato fuori dal tuo ambulatorio o se lo hai ignorato, come al solito. Non ricordo mai di avere ricevuto un tuo messaggio se non in risposta a uno mio.

Che fai adesso? Mi pensi ancora a casa mia, sul divano, a costruire castelli di carte, scriverti inutili canzoni o incidere il tuo nome sul mio cuore con un temperino arrugginito?

Be’, invece sono in America, prossimo al decollo. Ti prego di rispondere a questa email non appena la ricevi, dovremo restare a Cape Canaveral per pochi giorni prima che ci piazzino sopra una montagna di tritolo e ci sparino in orbita per sempre.

Vorrei sentire il suono della tua voce per un’ultima volta, anche se non vorrai fermarmi, anche se non hai cambiato idea. Anche se per te non sono mai stato altro che un paziente fra tanti, e nemmeno il più simpatico.

Guarda che non scherzo, questa volta vado fino in fondo. Ma tu puoi ancora fermarmi, farmi desistere da questa pazzia. Terrò il telefono accesso sempre: di notte e di giorno.

Siamo a una svolta importante qui, se non mi fermi dovrai scoprire quanto veramente t’importi di me.

Con immutato affetto

Alex

Cara Lara, §2

ho pensato molto a quello che mi hai detto. Ti ringrazio per avermi telefonato. È stato bello così sentire la tua voce così serena, così italiana, in questo ridicolo centro spaziale americano. L’inflessione della tua erre, quando sei un po’ nervosa o arrabbiata, mi mette i brividi anche al telefono.

Sul contenuto, però, ho molto da obiettare.

Domani è il gran giorno e temo che ci sarò anch’io su quella navetta, assieme ai miei scellerati compagni di viaggio. Non è che non ti creda, sono certo che finalmente acconsentirai a essermi amica, che potremo uscire ogni tanto e, udite udite, ti azzarderai ad avviare una conversazione in chat con me di tua iniziativa!

Udite udite, popolo tutto: il miracolo è avvenuto!

È tanto, Lara, è un’offerta generosa che avrei accettato di buon grado anche solo un mese fa. Oggi però no, oggi non posso farlo davvero perché tutto sarebbe finto. La tua amicizia solo un’elemosina per impedirmi di partire. Ti immagino distintamente mentre parli con quell’esempio di perfezione che ti ostini a chiamare marito per spiegarli che, ogni tanto, ma solo ogni tanto, dovrai vedermi perché altrimenti mi avresti avuto sulla coscienza.

«Non ti preoccupare, caro» già ti sento dirgli «è del tutto innocuo. Una specie di barboncino fedele.»

Fantasticare su di questo dialogo mi indigna al punto che ieri, non riuscendo a dormire, ho raggiunto molti miei colleghi all’aperto, nel prato interno al centro spaziale. Tanti hanno deciso di passare queste ultime notti sulla terra… intendo proprio per terra. Dicono per sentire il legame con Gaia o altre scemenze neo Cattoliche che piacciono tanto a molti miei compagni d’avventura.

Sono scesi in giardino anche i giorni scorsi, io però non li avevo mai imitati, godendomi la solitudine della nostra camerata da cinque posti letto, che qui chiamano unit room. Ieri, però, sono uscito per sbollire la rabbia mentre, mentalmente, prendevo a ceffoni te e tuo marito. Un giorno mi spiegherai cosa possa avere lui più di me! D’accordo, lui è senz’altro un uomo più bello, glabro, sa stare al mondo, ha successo nel suo lavoro, infonde sicurezza, è un padre amorevole per le vostre figlie, in casa ti aiuta nelle faccende domestiche, è premuroso e, a quanto pare, ti sa capire come nessun altro. Deve essere anche un fenomeno a letto!

A parte questo, converrai con me che sono certamente migliore io ;-) Non so se ridere o piangere.

Lì fuori, ogni pornonauta affrontava queste notti di vigilia a suo modo: chi pregando, chi sbronzandosi, chi facendo sesso, chi ballando, chi parlando con i propri cari e chi suonando. A proposito dei suonatori: ho scoperto di non essere l’unico sulla Noah, siamo almeno una decina. Potremo organizzare una specie di band o qualcosa di simile. Quando il Titanic affondò, l’orchestra continuava a suonare imperterrita: quello sarà il nostro compito ufficiale.

Vedremo.

Tutti avevano queste piccole candele accese, dentro dei bicchierini gialli di plastica trasparente, e vi si erano raccolti attorno formando dei capannelli di forma circolare, delle specie di isole che aggiravo senza anelare ad alcun approdo. Solo e infelice come il genere umano.

Almeno fino a quando non sono stato individuato da Andrej Kowalczyk: «Alex, Alex!!!!» ha gridato come quel ciccione pazzo che è, anche da sobrio. «Vieni qui, dai, unisciti a noi. Non fare il solito spezza bolge! Siamo un’unità adesso. L’élite dell’élite.»

«Lasciami perdere» ho grugnito scontroso «non è serata.»

«Ma sì che è serata» ha insistito lui allontanandosi dal gruppo solo per venire a recuperarmi. Io sono molto alto, come sai, mentre lui non credo raggiunga il metro e settanta. In compenso potrebbe pesare una volta e mezzo me. Mi ha preso sottobraccio e dirottato a viva forza verso la nostra unità che, controcorrente rispetto al resto dell’equipaggio, al posto delle candele, aveva acceso un vero e proprio fuoco su cui stavano arrostendo degli hotdog, infilzati precariamente su dei rami spezzati.

Tutto sembrava così disgustosamente yankee.

«Questa è la nostra unità, mia carissimo amico italiano» mi ha spiegato Kowalczyk una volta costrettomi a sedere assieme a loro, con le gambe incrociate come un apache. Naturalmente, Lara, tutte le conversazioni avvengono in americano, la lingua ufficiale di questa nuova Babele: te le riporto in italiano perché non saprei fare di meglio. Mia mamma, pace all’anima sua, newyorchese dalla nascita, mi ha insegnato a parlare americano ma, in quanto a scrittura, sono piuttosto analfabeta.

Ecco, in quel momento non ho potuto fare a meno di considerare di ritrovarmi lì per colpa di due donne: tu e mia madre. Se lei non avesse fatto tanto per insegnarmi la lingua e tu altrettanto per non darmi la tua, perdona la battutaccia, a quest’ora magari me ne starei felice da qualche parte a suonare la chitarra per i tuoi occhi belli.

«Lo so che questa è la nostra unità» ho risposto irritato barra rissoso.

«Sì ma vi siete mai presentati a modo?» ha fatto notare Andrej, con la lingua impastata dall’alcol «Io, in qualità di gran maestro di cerimonia, intendo rimediare a questa situazione ver-go-gno-sa!»

«Credi di riuscire a startene un po’ zitto» gli ha intimato in malo modo Céleste Dupont, la ragazza semi sdraiata per terra, in mimetica militare, con la coda di capelli fuori dal cappellino da baseball e dei ridicoli occhiali da sole anche nel buio di quella notte. Vederla non ha suscitato in me alcuna reazione, al pari di una pietra o un albero.

«Ecco, lei è Céleste» Andrej me l’ha presentata inutilmente «è la nostra francesina bollente, tutta curve.»

Céleste non è stata al gioco, si è portata la bottiglia di birra alle labbra e l’ha svuotata completamente in un solo sorso. A quel punto ha svitato il tappo di un’altra bud e ripetuto il movimento di prima.

«È simpatica, non ti credere» mi ha rassicurato Kowalczyk, «moooolto simpatica. Inoltre, è dannatamente carina, anche se cerca di nasconderlo dentro quei tutoni militari. Una di queste sere, sono certo che me la darà!» ha continuato avvicinando la bocca al mio orecchio, ma parlando abbastanza forte per farsi udire da lei.

Céleste ha smesso all’istante di bere e ha puntato gli occhi, cioè le lenti ray ban, sul volto di quel fastidiosissimo ubriaco. «Ripetilo se hai coraggio!» lo ha sfidato.

«Ma, mia cara, non te la devi mica prendere…» ha balbettato Andrej felice che la sua provocazione fosse andata a segno «stiamo per partire e io dico solo che voi donne sarete tuuuuuutte montate da tuuuuuuutti quanti gli uomini prima ancora di lasciare l’orbita di Marte. Immagino che colonizzare un nuovo mondo significhi proprio questo! Su, non fare quella faccina arrabbiata, dammi un bacino!» poi le si è avvicinato barcollando.

«Un bacino?» ha domandato Céleste rivelando un forte accento francese. «Ma sì, un bacino che sarà mai» si è alzata faticosamente in piedi. Era una donna alta, non come me, certo, ma più alta della media degli uomini e molto più alta di Kowalczyk.

«Mia bellissima fijette parigina» Andrej ha spalancato le braccia e sfoderato un sorriso a base di denti giallastri e odore rancido di alcolici. La combinazione migliore per conquistare una ragazza in qualsiasi paese del mondo!

Non ho ben capito cosa sia successo dopo ma, in sintesi, Kowalczyk è caduto a terra, come svenuto, proprio mentre Céleste gli si stava avvicinando. La cosa strana è che lei si teneva una mano sulla guancia, come quando si ha il mal di denti. Nel contempo ho sentito gridare, credo fosse Vladimir Kuznetsov, il nostro capo unità. Insomma, è stato tutto un po’ confuso, ma alla fine dei giochi Andrej ha urtato con il volto una delle pietre che delimitavano il nostro falò, cadendo a terra.

«Porca puttana!» ha esclamato Vladimir, l’unico altro uomo della nostra unità, un trentenne palestrato con i capelli rasati a zero, scattando in piedi. Forse non era stato lui ad urlare perché sembrava in forma splendida, affatto ubriaco. La seconda ragazza presente invece, Mariah Flores, una tipa magra, con un viso piuttosto anonimo e i capelli rossi lunghi fino alle spalle, si è fatta il segno della croce invocando il nome della Madonna.

Io mi sono chinato per sollevare Kowalczyk, che sembrava effettivamente svenuto ma non saprei dirti se prima o dopo aver urtato la pietra con la bocca. Stava perdendo molto sangue e iniziava a gonfiarsi come un gommone. Céleste, per nulla preoccupata dell’accaduto, lo stava insultando in un francese incomprensibile; ho notato, con cinismo e distacco, come il francese sia una lingua del tutto inadatta all’insulto: non riesce e perdere la propria musicalità nemmeno sputata in faccia a un ciccione ubriaco mezzo morto.

Davvero inutile per le risse.

Vlad si è chinato sul ferito: «Kowalczyk! Andrej! Riesci a sentirmi.» Ma lui non dava segni di vita, a parte sanguinare copiosamente dal volto. Céleste, nel frattempo, si stava allontanando continuando a urlare insulti in francese e bere la sua birra.

Ottima idea, ho pensato con una misantropia mirabile.

«Be’, è stato bello» ho salutato quel gruppo di svitati che costituiva la mia unità. Pensa un po’ che compagnia avrò in questi anni!

Sono certo, Lara, che questi avvenimenti ti stupiranno molto: come tutti avrai in mente un’idea molto più asettica dell’essere astronauti. Uomini e donne valorosi, dediti alla scienza, piuttosto puliti e bene educati. Mi viene in mente la battuta di Woody Allen secondo cui non accetterebbe mai di fare parte di un club che lo ammettesse tra i suoi membri. È proprio il caso mio; anche tu avresti dovuto iniziare a nutrire dei sospetti, un anno fa, quando sono stato selezionato per questo programmo programma spaziale e venni qui a fare il corso di addestramento.

La Noah sarà un grande circo, ci saranno ufficiali e scienziati, è chiaro, altrimenti chi manovrerebbe quel coso? Però questi personaggi eletti appartengono alla prima classe e non saranno più di una quarantina; più probabilmente meno.

Noi altri siamo ciurma della terza classe, la terza, capisci? Noi costituiamo il folclore, le funzioni non utili, le arti povere. Siamo gli zingari, i saltimbanchi, le manovalanze, i pulisci cessi le anomalie statistiche e genetiche.

In breve, l’essenza stessa dei pornonauti.

Kowalczyk, Céleste e gli altri, posso immaginare, saranno degli sbandati di una qualche specie, costretti a lasciare il pianeta per un motivo sordido o per sfuggire alle bocche spalancate di qualche galera.

Come me, del resto.

Tutto questo ci riporta alla tua telefonata, al tuo acconsentire a essermi amica platonica, un’educanda gentile, una crocerossina. Mi piacerebbe davvero sapere cosa ho io di così sbagliato, di così profondamente disturbante per cui hai passato gli ultimi anni a negarti; al tempo mi sarei accontentato di un cinema ogni tanto, anche a prezzo scontato, ma non oggi, non ora. Siamo andati troppo oltre, Lara, ho sofferto troppo per causa tua e domani me ne andrò. Venendo qui credevo di stare esperendo un tentativo estremo per averti a qualunque condizione, a qualunque prezzo. Però appena il mio piano ha funzionato, in qualche modo, ho capito che non avrei mai accettato di averti solo in prestito; non più.

Per cui addio, fine delle comunicazioni. Ti auguro di essere felice con quello che hai e di non dovermi mai rimpiangere perché sarò solo un punticino nel cielo d’estate. Potrai anche aver trovato qualcuno che ti ami meglio di me, questo è certamente facile, sono un tipo molto incasinato. Di certo non troverai nessuno ti amerà di più quanto abbia fatto io.

Addio e grazie di niente!

Alex

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