Primi capitoli del romanzo
Il problema non è la caduta, figurarsi! Meno che mai l’atterraggio, come invece suggeriva quel vecchissimo film che piace tanto citare a mia madre: come si chiamava pure? L’odio, forse o la rabbia o roba del genere.
Francese mi pare.
Se lo fosse, un problema dico, non me ne starei certo qui perfettamente in equilibrio sul davanzale della finestra al piano terra come un adolescente qualsiasi, anche se obiettivamente molto cool, a fissare il tramonto infuocato di aprile, o novembre non saprei davvero dire quando: ho perso il senso del tempo, purtroppo.
Non che mi sia del tutto rimbambito, intendo, a starmene qui come un vecchio a guardare il cielo senza di meglio da fare. Bello eh, davvero: una fusione di rosso e arancione, tutta campagna e collinetta e alberi e i campi e la luce che si riflette sul tetto del fienile davanti al casolare. Bello, non dico mica di no; certo, se potessi fare altro, tipo giocare a Minecraft o a Fornite, di sicuro non mi trovereste qui ad ascoltare gli uccelli cantare.
Fischiettano allegri, appollaiati sui rami dei castagni e so che sono castagni perché la settimana scorsa, o forse prima, ho visto i ricci cadere a terra: avrei tanto voluto uscire da questa specie di gabbia per andare a prenderli… va be’, pazienza.
Forse è autunno, a pensarci bene.
Dicevo degli uccelli: fischiettano la sera e la mattina, prima dell’alba; molto prima dell’alba, per essere precisi. Anche ore prima, quando la notte è freddissima e il buio denso. Non capisco come facciano senza orologi o internet. Forse, contano il tempo a partire dal tramonto, oppure un qualche istinto naturale li avvisa che la notte è bell’e matura, pronta per essere sostituita da un nuovo giorno.
Tant’è, cantano allegri per ore fino a quando, finalmente, il sole si decide a sorgere e loro possono tornare alla loro esistenza diurna: silenziosa, invisibile, sempre in cerca di lombrichi tra i fili d’erba e in fuga dagli agguati di gatti.
O cose del genere, non so bene cosa facciano di preciso tutto il giorno.
Non ho mai speso tanto tempo a guardare la natura, il verde e altra roba da vecchi rimbambiti: mia mamma guarda sempre Discovery Channel, con i documentari sulle leonesse che in Africa fanno anche il lavoro dei leoni e si arrabbia molto e dice che le donne sono sempre sfruttate anche in natura.
Chissà se li guarda ancora: non saprei nemmeno dire da quanto tempo non la vedo. Io, di sicuro, non ho per nulla il senso del tempo come gli uccelli di cui parlavo: c’è veramente da impazzire, voglio dire, fanno una caciara assurda di notte e smettono alle prime luci dell’alba. Io non dormo più e pazienza, però la vecchia la svegliano e vi posso garantire che non è felice nemmeno un po’.
Un giorno o l’altro, la vedrò spostare la sedia davanti a quella strana finestra interna che dalla cucina si apre inutilmente sul corridoio… quando c’è la finestra, ovviamente, ma questo è un altro discorso. Comunque la vedrò trascinare a fatica quelle gambone gonfie che si ritrova, prendere il fucile appeso al muro e sparare un paio di colpi a quegli uccellacci molesti.
Sarebbe un sacco figo da vedere: una scena epica!
A proposito, a quest’ora dovrebbe essere già rincasata dalla spesa: mi sporgo un po’ fuori dalla finestra, quella vera, non la ridicola apertura sul corridoio che solo Dio sa chi può averla progettata. Ogni volta che ricompare, non mi capacito del senso che possa avere.
Vediamo un po’… no, non è ancora tornata.
La chiamo la vecchia senza però cattiveria, solo perché non so come si chiami e tanto lei non può sentirmi.
Secondo me, manca poco al suo ritorno: e non mi affido certo al magico istinto naturale o altre scemenze da fricchettoni che venerano i minerali alle fiere di provincia!
Terrapiattisti o roba del genere.
Io mi affido all’assurdo, provvidenziale orologio a pendolo apparso proprio qui dietro, tra il televisore vecchissimo - tipo un Samsung appena HD, che ferraglia! - e la scrivania di legno tutta graffiata, pesantissima, con sopra un MacBook: questo almeno moderno anche se a me il Mac non piace tanto: un po’ perché i Mac user sono tutti dei fighetti peggio dei fricchettoni, un altro po’ perché non ci posso fare i giochi.
Sono computer scarsissimi per i videogiochi, come noto.
Mi manca molto giocare la sera con Adam e Phil: chissà dove sono adesso? Sentiranno la mia mancanza o mi avranno già dimenticato?
Il vecchio pendolo, ostinatamente anacronistico, batte un solo rintocco, quelle delle mezzore. Se continua così, cioè se non troverò una soluzione o cose del genere, diventerò anche io come quest’orologio tra qualche secolo.
Cavolo: tra qualche secolo…
Ma chi se ne frega, il tempo non è certo il problema più pressante; nemmeno la gravità lo è per chi, come me, vive al limite dello spazio fisico.
In ogni caso, proprio alle cinque e mezza, alle diciassette e trenta, come dicono i militari e che so io, la vecchia appare in fondo al vialetto, eccola infatti là, con il suo passo incerto, lentissimo tipo da farti impazzire se dovessi mai uscire a passeggiare con lei. Non che vorrei mai, sono grande ormai per andare in giro con mia nonna, figurarsi con quella degli altri. E poi non posso uscire, sicché mi limito a guardarla mentre zoppica verso il casolare, avvicinandosi lenta e fermandosi un passo sì e uno no per rifiatare. E rimane immobile per dei minuti interi: giuro. Non so cosa faccia, forse prega il Signore.
Dio, già… quella sì che è un bel problema, chissà cosa vorrà mai da me. Non mi sembra di aver fatto niente di male anzi, sono fin troppo un bravo ragazzo: nemmeno mai fatto sega a scuola e sono un bravo studente con tutte A o B, tranne una stupida materia.
Sono più portato per le scienze che per l’inglese, i temi o quelle altre robacce vecchie.
Ho rubato una volta, a dire il vero, e forse è per quello che mi trovo qui: una caramella, tipo dieci centesimi, al supermercato. È stata una vera sciocchezza per cui non mi sono mai perdonato, ad essere onesto. Se qualcuno mi avesse visto avrebbero potuto pensare male di me, che non sono affidabile come il mio vecchio e roba del genere.
Ci scherzo, ma per me la faccenda è un vero problema.
Forse, Dio se l’è presa per quella caramella, che è stato un vero errore ed era anche cattiva e ho sputato appena fuori dal negozio.
Ah, come è fatto male il mondo: sempre pronto a tanarti, sempre con gli occhi puntati su te. Dio vede tutto e appena sbagli, tac! ti castiga.
Sì, Dio credo sia un problema grosso, al contrario della gravità, dicevo: chiunque mi vedesse qui, potendo farlo ovviamente, seduto sopra il davanzale della finestra, con le spalle praticamente appoggiate contro il muro e i capelli biondi ondeggianti al vento e cose del genere tipo pirata, non potrebbe di sicuro spaventarsi.
In nessun modo, giuro su Dio!
Sono l’immagine stessa della tranquillità, un cherubino, praticamente. Paccioso come un bambolotto, tenero come un marshmallow. Come potrebbe mai spaventarsi qualcuno vedendomi?
Certo, evitare di staccare i piedi dal davanzale o le spalle dal muro mi richiede un certo sforzo: non è poi così facile come sembra restare immobili senza una forza che ti costringe al basso, tipo nove metri al secondo di accelerazione, avete presente?
Provateci, provateci pure. Poi mi dite: come in quel proverbio indiano, com’era pure? Bisogna farsi un giro nei mocassini di un uomo per capire la sua vita. Del tipo che giudicare è facile ma spesso si sbaglia. Questa è la morale e posso garantire sul mio onore, che sembrare immobile su questa stupida finestra non è niente semplice, niente affatto semplice. Ci ho messo un’eternità per riuscirci e solo perché non voglio spaventare Alice.
Il problema è il cinema, è sempre il cinema il problema: un fantatrilione di stupidi film in cui una donna con i capelli lunghi, dal volto deturpato e seminascosto da capelli neri, unti, bagnati e di solito in camicia da notte, appare nel mezzo del corridoio e insegue la protagonista a piedi nudi. Protagonista di solito stupida, maggiorata e destinata a non girare un solo altro film per il resto della propria carriera.
È il destino di quel genere di pellicole piene di scemenze del tutto inaccurate: la poveretta, intendo la tipa in camicia da notte, non la belloccia, dovrebbe concentrarsi tipo soluzione di un’equazione di secondo grado solo per non sprofondare nel pavimento; altro che correre a piedi nudi. Avrebbe ben altro per la testa a cui pensare che inseguire i cristiani.
In ogni caso, ormai ho imparato a simulare una camminata naturale con una certa disinvoltura. Mi guardo devo ammettere che sì, me la cavo dannatamente bene.
Intanto, la pendola segna i tre quarti mentre la vecchia arriva finalmente vicino a me: oggi deve avere battuto ogni record di lentezza come Zenone, Achille e la tartaruga. Cose così.
Provo ad avvicinarmi a lei per vedere meglio cosa abbia in mano e anche per un certo masochismo: infatti, mi imbatto subito contro l’inquietante barriera invisibile, una specie di lastra di vetro o un campo di forza mistico che non si vede, ma si sente eccome. Dapprima lentamente, poi sempre più forte, inizio a sfrigolare come il burro in padella, ecco, come adesso che emetto scintille arancioni, scoppiettanti e le parti del mio corpo, chiamiamolo così, a contatto con la barriera iniziano a sfilacciarsi, a scomporsi, diventano più trasparenti del solito e producono piccoli lampi sempre arancioni dissolvendosi in nulla.
È l’unico momento in cui provo dolore fisico e quindi mi ritiro subito, prima di finire arrostito, di scomparire del tutto. Fortunatamente, le piccole parti di me riappaiono appena mi allontano dalla barriera, altrimenti sarei anche mutilato, oltre che… quello che sono, insomma.
Che paura la prima volta che mi è capitato: lo ricordo ancora come se fosse successo ieri e, credetemi, è stato molto tempo fa, forse ero appena arrivato. Per capire dove fossi, ho provato a seguito la vecchia nell’aia e sono andato a sbattere con la barriera. Subito il naso ha preso a scomporsi e friggere e sono scappato dentro il divano per la paura e il male.
Sì, proprio dentro al divano, avevo ancora molto da imparare.
Intanto, la vecchia ha raggiunto il portone, passa a poche iarde da me con delle lettere in mano. Ecco, si ferma di nuovo a riposare.
La sua lentezza mi farà impazzire!
“Oh oh! Sono qui!” voglio gridare ma non posso emettere alcun suono. Le mie parole rimbalzano sciape nella mia testa, appena l’ombra dei miei pensieri, anche loro prigioniere mentre la cara nonnina abbassa gli occhiali, avvicina le buste a quegli occhi da talpa che si ritrova cercando di indovinare il mittente.
Sospira, dice qualcosa che io non posso sentire: gli uccelli sì, il loro fastidioso canto lo sento eccome, così come i rumori di ogni tipo e sfortunatamente la musica di un italiano, un certo Sinatra che la vecchia ascolta in continuazione dal suo ridicolo giradischi.
Quando c’è il giradischi, ovvio.
Tutta quella roba la sento ma le voci delle persone no, anche quelle mi sono precluse: avverto solo un riverbero quasi metallico, lontanissimo del tutto incomprensibile che aumenta solo la mia frustrazione.
Durante una conversazione lunghissima tra lei e Alice, una volta mi sono messo di impegno cercando di capire qualcosa, almeno di afferrare un paio di parole ma niente: solo il pianto della vecchia riuscivo a distinguere bene ma piangere non vuol dire parlare, giusto?
Infine, dopo qualcosa tipo un secolo e mezzo, la cara vecchina apre il portone, che non chiude mai a chiave, ed entra al piano di sotto. Io mi rimetto in posizione naturale, verticale, direi amicale, tornando vicino al davanzale… sul davanzale come un dolce animale! Che non sa parlare e può anche volare.
Vedete, me la cavo ancora bene con le rime, o cose, del genere. Non capisco davvero perché, l’ultimo anno cioè, non l’ultimo ovvero il quinto, ma il mio ultimo anno cioè il primo, la prof di letteratura mi ha mollato una D in composizione creativa.
Mi abbia mollato: ecco, la grammatica la conosco bene, altroché!
Devo sforzarmi di esprimermi meglio, più da anziano come piace alla prof.
Oh, se potesse sentirmi Alice rimarrebbe certo incantata da me: lei è bellissima! Un vero amore: più o meno la mia età, con due occhi celesti, i capelli biondi come i miei e un sedere, o Santo Iddio! Un sedere che convincerebbe un monaco ad abbandonare il saio, o cose del genere, solo per giocarsi una possibilità su mille di metterci le mani sopra.
Sapete, i colori per me sono tutti un po’ sbattuti: come nelle vecchie foto. È una faccenda piuttosto fastidiosa, all’inizio mi strofinavo in continuazione gli occhi cercando di ravvivare i toni di giallo o di verde ma niente. Un po’ come mangiare un frutto all’apparenza buonissimo e scoprirlo senza sapore.
Sciapo.
Ne parlo solo per evidenziare il contrasto con il celeste limpido, profondo degli occhi di Alice che mi portano alla mente quei film in finto bianco e nero in cui solo alcuni oggetti risultano a colori e quindi spiccano moltissimo.
Come i suoi occhi chiari e tristi.
Anche il suo sedere, comunque, sbiadito o meno, non è affatto male però metterci le mani sopra è il vero, grande, enorme, insormontabile, problema; molto peggiore del non poter parlare, o di Dio o del tempo e di tutto, insomma. La mancanza del tatto è l’unico problema perché, se ci pensiamo bene, tutti i muti, cioè, le persone mute, riescono comunque a comunicare. Chissene delle voci se possiamo comunque toccare le persone, o aprire le porte o prendere una matita, ad esempio quella lì con quel gatto strano, credo un’imitazione dozzinale di Garfield, e scrivere un messaggio.
Che spettacolo sarebbe!
Che storia!
Farei così: le lascerei dei bigliettini sulla scrivania vicino al letto o, meglio ancora, sulla mensola del bagno, davanti allo specchio. Un rapporto epistolare tranquillo, senza spaventarla, tipo: chi sei? Come ti chiami? Io sono così e colà, mi piaci tanto.
Cose semplici.
Certo non inizierei dicendole che conviviamo… no, non è il termine giusto. Che abito con lei da mille mila anni ormai, credo dalla primavera scorsa o più in là. Non sarebbe l’approccio giusto, mi vedrebbe come uno stalker, il pervertito che non sono.
Quindi, molto meglio iniziare con cose semplici tipo: ti ho visto in giro, mi piaci molto, cosa ti piace a me piace questo e quello e qui userei tutte le informazioni in mio possesso sulle sue abitudini per convincerla che sono il ragazzo giusto per lei e poi, dopo qualche tempo…
Dopo qualche tempo… Quanto tempo ho? Per quanto tempo posso restare?
Mi prende un’ansia assurda quando incappo in questi pensieri: era così bello immaginare di scriverle. Guardatemi: fluttuo nuovamente a mezzaria! Ho perso del tutto la concentrazione e con un braccio ho acceso il muro.
Anche questo fenomeno, dell’accensione come lo chiamo io, è assurdo, del tutto incomprensibile: anche il mio prof di fisica, Torres, brav’uomo, non ci capirebbe un acca.
Se premessi contro qualcosa che dovrebbe essere solido, tipo un muro, un tavolo o cose del genere, dovrebbe opporre resistenza invece macché: il muro sembra accendersi nei colori solitamente sbiaditi, emana con forza il suo odore di intonaco sotto la mia spinta e provo una specie di formicolio, tipo una scarica elettrica a basso voltaggio nella parte del corpo che lo attraversa.
Ma dico: è o non è una cosa del tutto insensata?
Succede per ogni oggetto: anche la famosa penna, per esempio, se si accende decisamente meno di un muro, mentre la trapasso.
Pur brancolando nel buio, caro prof Torres, traggo da queste osservazioni due considerazioni importantissime: uno, la massa inerziale ha importanza anche in questa condizione tanto che il muro scintilla più della matita; due, io sono ancora una realtà fisica. Non un pensiero, non uno spauracchio da baraccone e nemmeno un topos narrativo ma una precisa entità, un corpo oserei dire, con proprietà misurabili razionalmente e un’interazione specifica e replicabile con altri corpi.
Un pensiero, questo, che mi riempie il cuore di speranza, posso dirlo senza sembrare un bambinetto.
Solo, mi piacerebbe di brutto incontrare qualcun altro come me, magari con più esperienza in queste cose, per avere delle dritte o roba del genere: gli chiederei subito come fare a comunicare con Alice, magari interagendo a livello mentale, o tramite il suo Mac per farle apparire un messaggio sulla tastiera: niente di spaventoso, tipo un semplice ciao.
No, ciao è spaventoso. Qualcos’altro. Ad esempio: non preoccuparti, sono un hacker buono che vuole solo comunicare con te. E poi, per non terrorizzarla, vivo dall’altra parte del mondo tipo in Africa, no, meglio, in Belgio, è più credibile. Un giorno, se vorrai, potremo incontrarci, intanto conosciamoci meglio.
Poi la sorprenderei indovinando cosa sta facendo, ma sempre con una certa ironia, facendo attenzione a non insospettirla mai.
Oh, Signore mio!
Sarebbe così bello… peccato che in questa casa ci sia solo Alice, la vecchia, io, e la sua gatta che mi odia. Altro luogo comune, questa volta verissimo: la palla di grasso con coda e pupille verticali riesce a vedermi benissimo e non perde occasione per soffiarmi contro. Il primo mese, o anno o non so, aveva escogitato diversi modi, anche rocamboleschi, per farmi fuori. Mi tendeva certi agguati!
Ora ha smesso e cerca solo di evitarmi.
Un giorno ho realizzato che la bestiaccia mi fornisce un’altra prova della mia esistenza fisica: se non fossi al mondo, in qualche modo, non potrebbe vedermi.
Non sono puro spirito insomma: sono ancora molto spiritoso, questo sì. Sono super simpa, sempre me stesso. Però sono ancora qui, da qualche parte sulla terra, confinato in questa casa, così come i pensieri sono confinati nella mia testa, senza possibilità di diventare parole e raggiungere le orecchie di Alice.
Anche le sue orecchie sono forti, davvero: con quel ricciolo così carino che vi si attorciglia sempre attorno.
A volte provo a soffiarci sopra sperando di farle accapponare la pelle, restituirle un brivido.
Ah, mamma mia! Come diavolo sono finito in questa situazione assurda?