Nicola Santi

La nota di Swinburne, 2020

Primi capitoli del romanzo

Do

Le mosche e il lavello. O, per meglio dire, le mosche e la pila instabile di stoviglie luride, ammassate precariamente dentro un lavello di acciaio inox. Segnato, graffiato e ammaccato. Tutto pieno di macchie di Rorschach impresse, nella migliore delle ipotesi, dal calcare di migliaia di litri d’acqua cittadina evaporata negli ultimi cinquant’anni.

Certo, mosche e stoviglie, possiamo convenirne, non sono il modo migliore per iniziare un racconto. A nostra discolpa, non volendo citare esempi letterari anche peggiori, possiamo addurre l’ottuso e incessante ronzio di questi insetti così poco amati, selezionati geneticamente per cibarsi di escrementi e infastidire indiscriminatamente uomini e bestie. Ad esempio, le mucche al pascolo: quanta pena hanno ricavato da questi insetti maledetti? O anche i nobili cavalli, tormentati finanche all’interno dei grandi occhi da grappoli brulicanti e neri, affaccendati perennemente attorno ai dotti lacrimali.

E non c’è modo di liberarsene.

Oppure, come nel caso presente, in picchiata come aviatori della grande guerra sopra gli avanzi di maccheroni da freezer, le pozze di pomodoro rancido o i filamenti di carne imputridita che decorano questi piatti assai scheggiati, circoscritti da una greca forse celeste — difficile esserne certi nella penombra in cui ci troviamo — più volte interrotta per lo scivolone di una forchettata contro un’oliva o cancellata dalla pagliuzza di ferro di un lavapiatti troppo zelante.

Di lavaggi, comunque, qui non se ne vedono da tempo per queste miserabili stoviglie sprofondate in un palmo di acqua oleosa e maleodorante, in cui giacciono posate sdentate e lattine taglienti di tonno semi nascoste sul fondo. Sopra tutto, come braccia dalla terra smossa di una fossa, emergono scodelle, mestoli e anche padelle dal manico di plastica mezzo fuso per aver dato troppa confidenza all’attrattiva di una fiamma ardente.

In definitiva, non un bello spettacolo con cui cominciare una storia; spettacolo a cui ci rivolgiamo solo per l’attenzione che queste grosse mosche, o piccoli tafani, pretendono banchettando fastidiosamente ormai da giorni. Per sbarazzarcene, dovremmo munirci di olio di gomito e rigovernare questo scempio, ci vada il tempo che occorre. Purtroppo, però, perderemmo molti dei nostri vantaggi di meri osservatori, di giudici più o meno imparziali degli eventi che stanno per consumarsi e non potremmo, di conseguenza, raccontare alcunché.

Non ci resta, quindi, che metterci due tappi di cera immaginari nelle orecchie, come si racconta abbia dovuto fare Ulisse per sopportare rumori assai meno molesti di questi, anche se più pericolosi, e rivolgere lo sguardo altrove, per esempio al resto di questo piccolo monolocale in cui ci troviamo.

Come si accennava, la lunga mano bruna della notte tiene in pugno queste quattro pareti disadorne, senza quadri, né mensole, né tende, né fotografie, né chiodi solitari; solo pareti interrotte un paio di volte dalla sagoma di due porte: quella d’ingresso — o di uscita, dipende dai momenti — e quella che mena nel piccolo gabinetto, occupato interamente dalla tazza del water e da un lavandino così piccolo da ricordare molto da vicino quelli presenti in un qualsiasi aereo di linea. Con la differenza che quelli, per quanto scomodi, se ne vanno in giro per il mondo mentre questo non vedrà altra luce se non quella di una lampadina impiccata a un cavo elettrico. Completa il delizioso bozzetto un paio di rotoli di carta igienica mollati sul cassettone dello scarico e il soffione di una doccia proprio sopra questi: come sia possibile lavarsi qui dentro rimane, per ora, un mistero.

Stabiliamo del tutto arbitrariamente che il lavello, quello dove ronzano le mosche, sia situato contro la parete ad est: allora quella opposta ospita un tavolo di compensato assediato, con poca grinta, da tre seggiole dalla seduta sfondata e le gambe storte, nude, di un ferro macchiato, del tutto dimentico delle sue proprietà di metallo al punto di rifiutarsi ostinatamente di riflettere la luce volgare e intermittente che invade l’appartamento di un rosso cupo.

Intermittente: infatti ora si è spenta.

Non passano due secondi che eccola tornare, con il suo fascino sinistro si mescola, per le note proprietà ottiche di questo colore, alla grana pastosa dell’oscurità in cui versiamo.

Incuriositi, affacciamoci alla finestra, del tipo detto a ghigliottina, tipico della New York di questo secolo — anche noi ci troviamo a Los Angeles — e, sforzandoci di ignorare lo strato di grasso spalmato sui vetri, lasciamo libero lo sguardo di volteggiare su quella che sembra, a tutti gli effetti, l’insegna di un locale notturno per soli uomini: quattro tubi di neon intrecciati ad arte per disegnare la sagoma di una ragazza formosa. Ora in piedi, ora chinino, ora spenta del tutto, imprigionata nel suo loop infinito come l’umanità tutta, del resto.

Giù in strada, c’è un viavai di uomini a volte soli, più spesso riuniti in comitive chiassose e alticce, inghiottite dal portone di vetro del locale presidiato da un paio di brutti ceffi dalle spalle larghe e il naso becco con cui non vorremmo avere nulla a cui spartire.

L’abitazione in cui ci troviamo, così come tutte le altre attorno al vicolo, sembra ricavata da ex fabbriche dai mattoni in pietra a vista, costruite forse a cavallo del ‘900 per servire il Dio meccanico del vapore e adesso riconvertite in appartamenti economici, uffici e palestre: come denti radi, alcune finestre risplendono della luce celeste di televisori accesi, mentre altre sembrano stanze di albergo dove ragazze tristi intrattengono uomini sulla sessantina, dai ventri prominenti, le canottiere bianche, e i portafogli gonfi di dollari americani con cui, crisi o non crisi, si può godere ancora di un ottimo potere di acquisto.

Almeno una ragazza è legata mani e piedi al letto mentre altre, tra un cliente e l’altro, fumano sulla scala antincendio, stregate dalla visione di questa luna strepitosa! Rotonda, raggiante, comodamente fluttuante al centro di un cielo mite, sgombero di nuvole e orbo di stelle soffocate dalle troppe, inutili, luci di questa città che non ha nulla da invidiare all’antica Babele in quanto ad arroganza ed ambizione.

Mentre contempliamo il firmamento, una nidiata di scarafaggi affamati fruscia rumorosamente sul tavolo, entrando e uscendo dalle scatole di cibo cinese d’asporto abbandonate lì da giorni.

Delle pareti orientale e occidentale abbiamo detto quel poco che si può dire, sono però le restanti due a presentare maggiore interesse: prima fra tutte questa poltrona di pelle lacera, appoggiata contro il muro settentrionale, buttata sgarbatamente davanti ad un vecchio televisore che non ricordiamo di aver mai visto acceso. Si tratta di un modello di primissima generazione, a stento in grado di riprodurre immagini a colori, posto sopra un mobile basso e mezzo storto, dagli spigoli tutti sbrecciati. L’uomo abbandonato sulla poltrona ha gli occhi chiusi e, per quanto ne sappiamo, potrebbe essere bell’e morto anche se, in linea di principio, dovrebbe interpretare il ruolo di protagonista della vicenda in cui ci stiamo impelagando poco alla volta.

Stamattina era vivo, questo è certo anzi, per essere più precisi, limitiamoci ad affermare che stamattina respirava, che sopravviveva perché, levati gli insetti, di vita in questo sporchissimo monolocale non se ne vede più da un pezzo. Stamattina non si è nemmeno mai alzato dalla poltrona, nemmeno per andare in bagno, circostanza che spiega la pozza di urina ai suoi piedi e il relativo odore aspro che ci assale avvicinandoci.

Come non notare le diverse bottiglie di whisky vuote — forse Jonny Walker a giudicare dall’etichetta storta — gettate in terra, alcune ribaltate e una pure rotta. Da queste emana odore di alcol che si mischia al succitato afrore di urina e a quello ancora più pungente di sudore rappreso e sporcizia che rivestono quest’uomo dal collo ai calcagni, sostituendoci egregiamente nel descriverne la storia, senza scomodare nemmeno una parola!

Ora siamo molto vicini, proprio davanti al volto di un uomo sui cinquant’anni, con le guance celate da una barba folta, incolta, imbrattata di saliva e briciole delle gallette che costituiscono la sua unica dieta. Oltre ai superalcolici, come ci ricorda anche la bottiglia mezza piena — forse sarebbe meglio dire mezza vuota, date la circostanza — che stringe in grembo anche adesso, con dieci artigli magri coronati da unghie lunghe e sporche.

Però respira, sì, respira ancora anche se davvero debolmente, quasi fosse un bambino, quasi senza muovere il diaframma, forse senza scomodare nemmeno un battito del cuore.

Controlliamo per qualche istante ma sì dai, respira. Meno male, altrimenti tutta la lunga e noiosa descrizione della casa che abbiamo imbastito fino a questo punto sarebbe risultata del tutto inutile.

Allontanandoci dal suo trono miserabile, dal quale governa come Satana il regno di cui è padrone ma in cui è stato confinato da un volere superiore, per poco non inciampiamo nelle molte scatole di cartone ancora sparse sul pavimento.

Ora è buio e non si riesce a vedere praticamente niente ma sappiamo che sono le tipiche scatole da trasloco, quelle chiuse con nastri adesivi a banda larga e siglate con pennarelli neri. Sono ancora tutte chiuse tranne quella vicino al letto, da cui ha estratto la giacca che adesso pende dall’attaccapanni dietro la porta d’ingresso.

Il resto della sua roba è rimasto ancora sigillato in queste bare di cartone, da mesi ormai, tranne una cornice su cui non sappiamo dire quante lacrime abbia pianto questo uomo. Non sappiamo dove l’abbia lasciata adesso ma possiamo scommettere che non sia lontana dalla poltrona in cui giace Bob Wilson: questo è il suo nome.

Non dobbiamo immaginarci chissà che, è una foto molto comune, senza alcuna ambizione artistica, incorniciata in una struttura di plastica colorata: racconta di una giornata in un parco cittadino in cui a volte, gli abitanti di questa città, vanno a fare un picnic con la cesta del pranzo di vimini, la borsa frigo con le birre e una grande coperta da stendere sul prato, nel nostro caso a quadretti rossi e blu, forse per rimandi patriottici.

C’è Bob seduto su quella coperta con una donna alla sua sinistra, dagli occhi chiari come il cielo intenta a spalmare del burro di arachidi su una grossa fetta di pane in cassetta. In braccio, Bob tiene un bambino biondo come lei, con lo stesso sorriso, lo stesso sguardo. C’è anche una ragazza in questa foto, alla destra di Bob: seduta di mala voglia, sembra sul pun-to di alzarsi e andare via. Guarda qualcosa fuori dall’inquadratura; chissà, forse un uccello, un cagnolino o un bel ragazzo.

Forse è stato Bob a scattare questa foto, magari in un tempo non così lontano da oggi e quella ritratta sarebbe la sua famiglia; sorge spontaneo domandarsi che fine abbiano fatto e sembrerebbe lecito compiere il passo successivo, considerando lo stato in cui versa quest’uomo, e ipotizzare una qualche sciagura tipo incidente mortale, disastro aereo, incendio doloso o meno. Un evento terribile, improvviso e irreversibile che abbia confinato per sempre il bambino e le due donne in quella fotografia, strappandole definitivamente dal mondo.

Dovremmo però andarci cauti con certe fantasie, dopotutto la disperazione è contagiosa e qui, in questo monolocale, la disperazione non difetta e potrebbe indurci e figurarci il peggio senza basarci su assunti razionali. Ad esempio, non abbiamo alcuna ragione per ritenere che sia capitato qualcosa a quelle persone: sappiamo soltanto che adesso non sono qui ma nulla di più. Magari vivono altrove, affrontando un divorzio da quest’uomo, Bob, che evidentemente non è più in grado di vivere assieme agli altri per motivi, anche questi, ignoti. Forse una depressione endogena o un fallimento epocale sul lavoro.

Oppure, ancora, una sera si è introdotto in casa in punta dei piedi, con un mazzo di fiori dietro la schiena e una scatola di cioccolatini in mano solo per scoprire la moglie, quella ritratta nella foto, accovacciata sul talamo nuziale mentre provava un’esperienza a tre con dei colleghi di lavoro.

O dei colleghi di Bob.

Non dovrebbe stupire, sono cose che succedono tutti i giorni: forse questo è l’evento che ha trasformato Bob da brillante professionista a simbionte di una poltrona lurida.

Rimangono supposizioni, conclusioni azzardate anche se possibili: così come interpretare la fotografia in modo diverso, ritenere che Bob non abbia mai avuto dei figli e quelli al parco siano sue nipoti e la donna sua sorella. Il che riporterebbe in auge l’ipotesi dell’incidente ma non spiegherebbe gli scatoloni da trasloco sparsi per il monolocale.

In realtà sappiamo ancora poco di tutta questa vicenda o del passato di Bob, per cui forse sarebbe più cauto tacere e aspettare, occasioni di scoprire la verità se ne dovrebbero presentare.

Siamo però curiosi, adesso, di ritrovare la foto, dopo averne tanto parlato e, contro ogni buon senso, esponendoci a chissà quale infezione, ci chiniamo a terra gettando nello scompiglio le molte blatte che hanno stabilito la loro dimora sopra le assi di questo parquet, consumato da milioni di passi. Facciamo centro al primo colpo: la foto è proprio sotto la poltrona, non troppo lontana dalle bottiglie di whisky.

Quando la luce dell’insegna si illumina, riusciamo a distinguere chiaramente la ragnatela di crepe sopra il vetro della cornice che richiama subito alla nostra memoria quando Bob la scagliò contro il muro per poi raccoglierla da terra e abbracciarla con tenerezza singhiozzando senza speranza; un indizio, questo, che avremmo dovuto considerare con maggiore attenzione, poc’anzi, formulando le nostre ipotesi circa il passato di Bob.

Al tempo del lancio rabbioso e disperato della foto, anche se non sembrava, le cose andavano ancora bene: era prima dell’alcol come unica fonte di calorie, della resa totale, dell’autocommiserazione e dell’assunzione al ruolo di monarca assoluto di una vita deserta, signore delle mosche, sovrano delle blatte. Prima di prendere posto stabile sul suo trono di finta pelle proprio al centro del dolore e del nulla.

La cosa che ci fa più male, per contrasto, rimane comunque il badge magnetico appeso, assieme alla giacca, all’attaccapanni fissato dietro la porta d’ingresso con un paio di chiodi. Da quella posizione defilata, si può quasi dire con un piede sull’uscio, una piccola foto di Bob guarda incredulo l’uomo semi svenuto, con la bottiglia in grembo, non riuscendo a capacitarsi di cosa mai possa essergli capitato in soli due anni; tanto tempo fa è stata scattata quella fototessera con cui poteva aprire le porte automatiche delle sale operatorie.

Certo, la sua esperienza professionale, avrebbe dovuto metterlo in guardia su quanto possa essere repentino il destino quando decide di sconquassare l’esistenza di qualcuno, rendendo più scivoloso il manto stradale sotto gli pneumatici di una moto, imprevedibile la traiettoria del famigliare e mite coltello da cucina o deviando il flusso sanguigno dal suo usuale percorso all’interno delle arterie.

Per quanti turni di notte avesse passato al pronto soccorso, Bob forse non aveva mai pensato che cose del genere potessero riguardare anche lui, il che è forse il motivo sotteso ad ogni azione umana.

Non stiamo rivelando, attenzione, alcunché relativamente a quanto sia effettivamente capitato a Bob, anche perché ancora non possiamo saperlo: di certo, però, qualcosa gli deve essere capitato a giudicare dalla distanza enorme tra la foto tessera in cui sfida il futuro con sguardo bravo, certo di disporre delle risorse necessarie per affrontare ogni ostacolo si fosse parato sul suo cammino, e l’uomo a stento definibile vivo che rilascia nell’aria respiri composti al novanta per cento di alcol etilico, e disperazione per la parte restante.

Ancora chini sul pavimento, ci rendiamo conto tardivamente delle gambe della donna seduta sul letto, contro la parete sud, e scattiamo in piedi all’istante: non sia mai pensasse che ci siamo inginocchiati solo per sbirciare sotto la gonna corta di jeans.

Cosa che deve avere pensato, purtroppo per noi. Infatti, ci sta guardando con due occhi così neri da non sembrare nemmeno possibili: più scuri della penombra in cui versiamo, più scuri della disperazione che abbraccia Bob, come se la realtà fosse una foto e qualcuno le avesse trapassato le orbite con un paio di forbici appuntite. Eppure, o forse proprio per questo, due occhi estremamente attraenti, ipnotici. Preziosi come due perle nere, incorniciati dall’ovale perfetto di un viso giovane, su cui ogni elemento rispetta la più perfetta simmetria e, al contempo, ne devia quanto basta per aggiungere sensualità ad eleganza, originalità alla perfezione.

Non temiamo smentite nell’affermare che si tratta probabilmente della donna più bella su cui abbiamo avuto mai la fortuna di posare lo sguardo ma anche la più terribile creatura in cui ci siamo imbattuti.

Impauriti retrocediamo di qualche passo. Parlarle o chiederle scusa, neanche a pensarci, è fuori discussione: peggioreremmo solo la situazione. D’altronde, non dimentichiamolo, siamo solo spettatori, testimoni vincolati ai doveri degli ospiti, ammessi a questi eventi solo per poterli riferire senza diritto né modo d’intervenire.

Meglio non dire nulla, torniamo alla finestra, guardiamo il viavai di persone che s’imbucano nel locale notturno e aspettiamo che la tensione generata dalla nostra svista si sciolga e la spiacevole sensazione di quello sguardo tagliente abbandoni la nostra nuca.

Attesa, sguardo fuori dalla finestra e noncuranza; forse così la Signora potrà dimenticarsi di noi e tornare al motivo della sua presenza in questo monolocale.

Allora, a Dio piacendo, il nostro racconto s’instraderà, finalmente, verso un vero incipit.

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