Nicola Santi

La nota di Swinburne, 2020

Romanzo precedente: La firma

Quattro città, quattro epoche, un unico destino.

San Pietroburgo, Dublino, Milano, Los Angeles: in questi luoghi e tempi tanto diversi — evocati attraverso le atmosfere di Delitto e Castigo, Ulisse, Addio alle armi e Pulp Fiction — si consuma la stessa vicenda, incarnata da protagonisti che mutano nome, volto e genere, ma non destino. Un destino segnato da redenzione e caduta, che si ripete come una condizione universale, forse ineluttabile, dell’esistenza umana.

Il romanzo si snoda attraverso il rapimento accidentale di una giovane contessa: un evento apparentemente casuale che accende i riflettori su una rete sommersa di traffici e silenzi, e intreccia per sempre il suo cammino con quello di un uomo alla disperata ricerca del modo meno doloroso per morire.

A narrare è una voce che, pur essendo personaggio tra i personaggi, rimane esclusa dai pensieri altrui — condannata all’osservazione, incapace di comprendere davvero. Un narratore smarrito, specchio di un’umanità che si interroga invano sul senso delle proprie azioni.

Strutturato come una scala armonica mutila della sua nota finale — la fondamentale, la “nota di Swinburne”, per citare Joyce — questo romanzo elude ogni catarsi. Rimane sospeso, irrisolto, come un’interrogazione destinata a non avere risposta.



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Do

Le mosche e il lavello. O, per meglio dire, le mosche e la pila instabile di stoviglie luride, ammassate precariamente dentro un lavello di acciaio inox. Segnato, graffiato e ammaccato. Tutto pieno di macchie di Rorschach impresse, nella migliore delle ipotesi, dal calcare di migliaia di litri d’acqua cittadina evaporata negli ultimi cinquant’anni.

Certo, mosche e stoviglie, possiamo convenirne, non sono il modo migliore per iniziare un racconto. A nostra discolpa, non volendo citare esempi letterari anche peggiori, possiamo addurre l’ottuso e incessante ronzio di questi insetti così poco amati, selezionati geneticamente per cibarsi di escrementi e infastidire indiscriminatamente uomini e bestie. Ad esempio, le mucche al pascolo: quanta pena hanno ricavato da questi insetti maledetti? O anche i nobili cavalli, tormentati finanche all’interno dei grandi occhi da grappoli brulicanti e neri, affaccendati perennemente attorno ai dotti lacrimali.

E non c’è modo di liberarsene.

Oppure, come nel caso presente, in picchiata come aviatori della grande guerra sopra gli avanzi di maccheroni da freezer, le pozze di pomodoro rancido o i filamenti di carne imputridita che decorano questi piatti assai scheggiati, circoscritti da una greca forse celeste — difficile esserne certi nella penombra in cui ci troviamo — più... (continua a leggere)


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