Primi capitoli del romanzo
A volte è lo sguardo, esotico e sfuggevole, della sconosciuta incontrata lungo il cammino. Oppure il messaggio vergato al lume di candela, soppesando ogni parola, consapevoli di quanto ci costerebbe un fraintendimento. Altre volte invece è la comune stretta di mano in un’osteria, proprio la prima volta che ci andiamo, o le occasioni derivanti da un nuovo lavoro o da un viaggio inatteso. Oppure, ancora, dall’ingannevole familiarità dalla persona nota, il cui gesto spalanca ai nostri occhi un giardino segreto, misterioso e seducente.
Per Clotaire, quella notte di luglio, fu invece la punta affilata della propria freccia nel momento esatto in cui sentì le forze abbandonare, volontariamente, indice e medio della mano sinistra; fu proprio quando sentì il piumaggio della cocca carezzargli per un ultimo istante la pelle prima di scagliarsi ferino contro le assi del carro, a quasi 60 metri di distanza.
La sorpresa di Clotaire fu grande, tanto che il braccio tremò per quell’emozione sconosciuta come mai gli era capitato in vita sua. Quella contrazione impedì alla freccia di colpire il bersaglio ma, fortunatamente, mancò anche la nuca della ragazza bionda conficcandosi, come si è detto, nel carro davanti alla Fortezza.
Perché? Si domandò, perché lo aveva fatto?
Mille pensieri si accavallarono nella mente di Clotaire mentre si ritraeva dietro al muro della finestra, con l’arco stretto al petto, molto confuso ma con le mani di nuovo ferme. Avrebbe dovuto fuggire, sarebbero stati lì in pochi minuti! Fece per alzarsi, ma svogliatamente, come se diverse volontà si contendessero il controllo del proprio corpo.
Mosse un passo poi si fermò e comprese che no, non sarebbe fuggito.
No.
Forse era quello, forse per quel motivo aveva scoccato la freccia: farsi scoprire, farsi braccare, farla finita. Basta incubi, missioni, brigate, basta inseguire scopi altrui.
Farla finita con quel periodo di sofferenza, accontentandosi della mera sopravvivenza.
Però il capitano Clotaire non era tipo da arrendersi; consumarsi sì, struggersi e ultimamente compiangersi. Ma arrendersi… Forse aveva voluto semplicemente aiutare quelle due sciocche, però cosa gli importasse davvero di loro non riusciva a spiegarselo.
Le conosceva solo da pochi giorni, spiandole nell’ombra per cercare di capire se avrebbero intralciato i propri piani.
Poi era stato lui stesso a crearsi l’inciampo maggiore, scoccando quella freccia e rivelando la posizione a quelli che, con un po’ di cautela, non sarebbero nemmeno stati suoi nemici.
Pur confuso circa le proprie motivazioni sapeva con certezza che non sarebbe scappato. Dunque, avrebbe atteso l’arrivo delle guardie senza nessuna motivazione logica.
Se non che avevano messo in pericolo Aelis.
Mise l’arco a tracolla, estrasse la spada lunga e quella corta assieme, una per mano, e si nascose dietro l’uscio in attesa.
Sarebbero giunti presto.
L’avrebbero trovato pronto.
«Quindi, illustri e probi signori magistrati, come potete constatare voi stessi, non vi è alcun oltraggio nella mia opera né intendimento di recare offesa agli uomini o, meno che mai, a Domineddio!»
Chi parlava era Rethis, il Maestro, il Guaritore, il Laico, il Paladino delle Orsoline ma ancora solo poco più che ragazzo: venticinque anni appena compiuti a dispetto dei pochi capelli rimastigli in testa. Magro, pallido anche in quei giorni estivi, con due occhi chiari e penetranti. Indossava la tunica nera, onore e vanto dei maestri; Rethis fu il primo a conseguirla in così giovane età dai tempi della fondazione dell’ordine degli Accondiscesi Grati, poco più di cent’anni prima.
Era anche l’unico laico ammesso all’ordine, o l’unico a praticare la chiarovisione; in vero era unico, sotto molti aspetti.
Parlava in piedi, alla sbarra, in un Salone delle Lance gremito della più varia umanità. Dai membri del Consiglio dei Grati, seduti seri nelle prime panche, ai nobili, notabili e funzionari accalcati in piedi un po’ ovunque.
Guardie con la picca in mano e la spada lunga inguainata al fianco si susseguivano ogni venti passi, discretamente rasenti ai muri come una minaccia appena celata. Di solito il servizio d’ordine nel Tribunale Rituale non era appannaggio dei Probi di Marsiglia ma, quella notte del luglio 1420, il loro comandante e fondatore, Nicolas du Bois, era presente, in piedi, quasi nascosto dietro una delle quattro enormi colonne che reggevano il soffitto. Anche gli alti vertici degli Accondiscesi erano in loco, compreso il consiglio e, addirittura, Vantelme de Fiercastel, priore dell’ordine.
Anche solo quest’ultimo dato bastava a giustificare la presenza dei Probi in quel luogo.
Nicolas seguiva con estremo interesse la difesa onesta ma ingenua di Maestro Rethis e le sue argomentazioni da libero studioso; più di ogni altra cosa godeva nel vedere l’espressione sicura di un ragazzo che non conosce nulla del mondo. Un signorino viziato, immerso nella propria boria, del tutto impreparato a credere che tutte le sfortune del mondo possano bussare tutte assieme alla sua porta e trascinarlo nel fango senza alcuna pietà.
Nicolas aveva invece imparato, fin da quando era molto più giovane di quell’arrogante maestrino, che la morte, la sciagura e tutti i demoni dell’apocalisse non solo esistono, ma sanno benissimo dove vivi, chi sei e non vedono l’ora di venire a portarti via tutto quello che possiedi.
Ora gli pareva quasi di udirli bussare alla porta di Rethis, l’Idiota Sapiente.
Così Nicolas du Bois aspettava, spostando il peso del corpo da un piede all’altro, in attesa dell’unica fine possibile per quella farsa mentre un principio di fame faceva capolino dal suo stomaco digiuno.
Si diceva della freccia conficcatasi in quel carro ma poco si è detto delle ragazze e delle donne che, su quello stesso carro, erano giunte alla Fortezza per prendere servizio: si trattava di popolane di età molto diverse che lavoravano per gli Accondiscesi come sguattere e servette, occupandosi delle pulizie, della cucina e di assistere monaci e maestri nelle loro faccende quotidiane.
Di norma andavano a sommarsi al personale permanente presente nella Fortezza, coprendo sostituzioni e malattie. Quella notte, invece, erano state reclutate in massa per la faccenda del processo a Maestro Rethis. Non era la prima volta che quel ragazzo finiva nei guai ma l’accusa di eresia non era mai stata formalizzata, nemmeno era stato avviato un processo pubblico. La mole di persone presenti quella notte era veramente impressionante e comprendeva, tra i tanti, anche l’ambasciatore del re, Savari de Montbard, scortato, si vociferava, da ben dieci reali armigeri!
In città si scommetteva sulla sorte del Maestro e le quotazioni per la sua scarcerazione erano molto alte, ben venti a uno. C’era chi riteneva possibile anche uno scontro tra i Probi e la delegazione regale, tre a uno; la fuga dell’imputato usando le proprie arti magiche era data invece cinque a uno.
Comunque, tutte quelle donne erano contente dei pochi denari che sarebbero riuscite a racimolare in quell’occasione e si sarebbero adattate di buon grado anche a quella stranezza dell’orario notturno.
«Ma vi sembra possibile processare quel poveretto di notte?» Domandò una donna sui cinquant’anni, con i capelli bianchi e senza un dente in bocca.
«Sembra che sia un questione di sicurezza, non so,» rispose, scrollando le spalle, una delle due nuove arrivate: una biondina tale e quale alla sorella.
La donna continuò a fissare la ragazza biascicando qualcosa, forse la sua stessa lingua.
«Che ti guardi?» Le domandò l’altra ragazza, la gemella del tutto identica.
«Niente,» rispose imperturbabile la donna sputando fuori dal carro un grumo rossastro che, dopotutto, non era la sua lingua «Dico solo che se avessi il vostro culo secco non mi spaccherei la schiena a pulire le panche di questi monaci, non so se mi spiego,» e mosse la mano con il pugno chiuso contro la bocca premendo, nel contempo, con lingua dall’interno contro la guancia opposta, a mimare un pompino.
Risate generali delle loro compagne e vistoso rossore sul volto di Aelis, la più mite tra le due sorelle.
«Be’,» rispose imperturbabile Aélith, l’altra, «con il culo che ti ritrovi adesso potresti farti pagare il doppio.» Poi si sporse, come per valutare meglio il deretano della donna. «Forse anche qualcosa di più,» concluse inclemente.
Altre risate divertite della compagnia mentre il carretto arrivava al piccolo ponte sopra il fossato asciutto e maleodorante. Il ponte levatoio era abbassato ma il cancello chiuso e due guardie, nelle loro uniformi migliori, attendevano oltre esso.
Erano giunte alla Fortezza, l’imponente castello sede degli Accondiscesi Grati, situato proprio dopo le ultime case di Marsiglia e i campi fuori dalla città.
«Le metamorfosi,» continuò l’imputato Rethis vibrante di passione, «è un avvertimento per noi tutti. Ci mette in guardia dai falsi idoli inventati dall’ingenuità degli uomini, costruiti da noi stessi per spiegare un mondo complesso e misterioso. Idoli e dei che tolgono gloria al vero Dio Padre. Dei che sono oggetto di venerazione e preghiera in vece di Nostro Signore!» Pausa ad effetto per sottolineare uno dei punti cardini della propria linea difensiva. Rethis aveva impiegato l’ultima settimana, purtroppo passata agli arresti nei propri alloggi, per scrivere quel discorso e rafforzane le fondamenta in modo che fosse logicamente ineccepibile.
E lo era, eccome! Pensò gioioso. Avrebbe dovuto trarne una presentazione da apporre alla propria opera quando quella ridicola faccenda si fosse conclusa. Se pensava a quanto tempo gli stavano facendo perdere! E non era nemmeno la prima volta, maledetti loro! Solo a pensarci gli montava una furia cieca.
Comunque, ormai il danno era fatto, ore e ore di esperimenti e studi sprecati per quegli sciocchi superstiziosi; e dire che dovevano costituire la punta di diamante in quel settore e non erano nemmeno in grado di allacciargli i calzari.
Rethis prese fiato, guardò con fierezza il pubblico, soffermandosi in particolare sui membri del Consiglio e sul priore Vantelme de Fiercastel. Poi riprese, «fino ad oggi abbiamo sempre ritenuto che i prodigi fossero concessioni alle nostre preghiere, quali una guarigione inaspettata o più recentemente l’incanto di un soffio gelido…» Pronunciò quelle parole con misurata lentezza, attardandosi quanto bastava per rammentare che solo lui era stato in grado di realizzare quel prodigio e insegnarlo alle Orsoline, ma non dilungandovisi così a lungo da palesare la minaccia di usare il suo sapere per trarsi fuori da quella situazione.
Nicolas du Bois, dal canto suo, era pienamente consapevole di quel pericolo e, proprio per questo, aveva piazzato il suo migliore balestriere tra le volte del tetto: lassù, nascosto tra le travi e la merda dei piccioni, teneva puntata una balestra sulla testa di quell’insulso maestrino. Era certo vero che, a parte le guarigioni, culminate in quella sciagurata di de Fiercastel, nessuno aveva mai visto quell’idiota usare il proprio prodigio del ghiaccio; d’altronde era innegabile che le Orsoline lo avessero appreso da lui; quindi, un minimo di prudenza era d’obbligo.
Se l’idiota avesse iniziato a farneticare qualcuna delle sue preghiere da guerra avrebbe privato Nicolas del piacere di vederlo ardere vivo giù al porto.
«Abbiamo sempre ritenuto che questi prodigiosi frutti,» continuò Rethis, «fossero risposta diretta, cioè non mediata, di Domineddio a quelle che ritenevamo preghiere. Il mio lavoro e i miei studi mostrano, umilmente ma con fermezza e coerenza di pensiero, come queste convinzioni possano non corrispondere al vero!»
A quel punto però i brusii del pubblico sfociarono in vere e proprie grida di sdegno: buona parte degli astanti si alzò in piedi lanciando epiteti ingiuriosi contro l’imputato che si vide costretto a sospendere la propria difesa.
Bestie, pensò Rethis, siete solo delle stupide bestie!
«Cosa abbiamo qui?» Scandì le tre parole con misurata lentezza la più bassa delle due guardie al cancello della Fortezza, mentre le donne, una alla volta, furono costrette a scendere dal carro. «Carne fresca forse?»
«Oh sì,» gli rispose il commilitone più alto con le braghe rosse, «Proprio carne fresca.» I due zotici, che si sarebbero ritrovati morti entro i successivi cinque minuti, si riferivano ovviamente alle due gemelle, la cui giovane età e la grande bellezza risaltava anche alla luce incerta delle torce. A poco valeva l’umiltà degli abiti che avevano scelto di indossare, rattoppati e lisi, o i fazzoletti a fiori che raccoglievano umilmente le loro lunghe ciocche bionde; alte e longilinee, con gli occhi grigi, come certi lupi che si dice cacciassero nella Foresta Nera, quelle due non potevano in nessun modo passare inosservate, notte o non notte.
«Salve,» si presentò Braghe Rosse, probabilmente un mercenario, piuttosto rigido nella sua uniforme pulita ma disfatta: l’unica protezione era costituita da una cotta di ferro che aveva visto giorni migliori e adesso si consumava in polvere rugginosa. Anche il suo compagno era vestito più o meno uguale, con la sola differenza di un elmo ammaccato sulla testa.
«Buona sera,» rispose Aelis tenendo gli occhi bassi e le mani pudicamente in grembo.
«Come ti chiami bellezza?» Insistette la guardia facendosi più vicina.
«Aelis,» rispose lei con ingenua onestà.
«Aelis, il nome più bello del mondo,» esclamò Braghe Rosse sfilandole una ciocca di capelli dal fazzoletto e annusandola con voluttà. «E pure profumata…»
Aelis si ritrasse un poco, sfilando i capelli dalla lurida mano del soldato.
«Che carine,» constatò l’uomo volgendo lo sguardo ad Aélith «Due gemelline, eh…»
«Sì,» confermò Aelis.
«Siete qui per lavorare, giusto, per chinarvi, scopare, mettervi a carponi e strofinare i pavimenti…» elencò con fare viscido Brache Rosse.
L’altra guardia, quella alta, fece cenno a qualcuno che si trovava all’interno della Fortezza di sollevare il cancello e poi si avvicinò per vedere meglio le nuove arrivate.
«Ci muoviamo,» protestò la donna sdentata. «Non vorremmo mica stare qui tutta la notte mentre ti lustri gli occhi su queste bambine!»
Con un movimento rapido la guardia alta le si avvicinò gridandole in viso «Stai zitta, brutta strega sdentata!» Molte gocce di saliva le colpirono la faccia «Chi ti ha detto che puoi parlare, eh?»
«Scusami,» rispose lei spaventata. «Io…»
«Io un cazzo,» la spintonò con violenza, facendola sbattere con il carro. «Ora stai zitta e aspetta il tuo cazzo di turno. Dobbiamo ancora perquisire le nuove arrivate, giusto Fango?»
«Eh? Ah, sì, certo!» Rispose Braghe Rosse, meglio noto come Fango, per motivi sui quali è meglio soprassedere. «La perquisizione, è chiaro. Abbiamo gente famosa qui stasera, signori importanti. Non possiamo certo rischiare dei problemi. Quindi giratevi, forza! No, solo voi due!»
«Anche perché voi altre non vogliamo toccarvi neanche con gli stivali!» Affermò l’altra guardia con un gesto di grande signorilità che gli fruttò l’ilare solidarietà di Fango.
«Veloce, voltati!» Ordinò Fango e, con malagrazia, girò per i fianchi Aelis costringendola ad appoggiare entrambe le mani contro i bordi del carro. «Ecco, così, fai la brava topina.» Con le mani scese lungo la schiena e poi sul petto, strizzandole i piccoli seni. «Qui siamo un po’ scarsine eh,» constatò mentre riprese la sua discesa sul ventre per poi infilarsi tra le cosce di lei.
Aelis si ritrasse di colpo, «ma come ti permetti!» Gridò.
Aélith stava già per muoversi in soccorso della sorella. Anche le altre donne iniziarono a protestare a gran voce.
«Silenzio! Silenzio, stupide oche!» Gridò la guardia alta estraendo addirittura la spada. «Zitte tutte o, vero c’è Dio, tornerete a casa con un braccio in meno!»
Quel gesto spaventò molto le povere donne costringendole al silenzio e a stringersi l’una all’altra come un gregge di pecore circondato da un branco di lupi.
«Bene, ora stai ferma,» riprese la prima guardia. «Credi di avercela solo tu, signorina?» Aelis guardò la sorella dritto negli occhi facendole capire di stare al suo posto.
Aveva la situazione sotto controllo.
Così Aélith arretrò di un passo, non addolcendo però in nessun modo lo sguardo e, lentamente, si avvicinò al carro.
«Bene, continuiamo,» propose l’uomo spingendo nuovamente Aelis contro il carro. Questa volta però le appoggiò le mani sul sedere mentre, chiudendo ripetutamente le dita, recuperava sempre più stoffa delle sottane che, presa dopo presa, salivano sopra la caviglia.
La guardia alta, in posizione più sfavorevole, si chinò e abbassò la torcia per vedere meglio le gambe della ragazza. Con suo grande stupore invece che la pelle nuda scorse un paio di braghe di cuoio.
Il sorriso gli morì in gola. «Orsoline!» Gridò alzando la punta della spada che già aveva in pugno, mentre il suo collega rimase stupidamente immobile con le mani abbrancate alle chiappe di Aelis.
Allora giunse la freccia di Clotaire dalle prime case di Marsiglia, situate a meno di cento metri da lì.
Ci vollero almeno cinque minuti prima che la situazione nel Tribunale Rituale tornasse alla normalità e le persone smettessero di alternare agli insulti le richieste di esecuzione, proprio lì, seduta stante. Durante quel brusio nessuno dei Probi mosse un dito, gli occhi di tutti puntati sul loro comandante che se ne stava immobile al suo posto, senza alcuna intenzione d’intervenire per riportare l’ordine anzi, aveva pure un mezzo sorriso sul volto di solito arcigno.
In prima fila il Consiglio tutto, compreso il priore Vantelme de Fiercastel, si scambiava occhiate di profondo biasimo e riprovazione; qualcuno arrivò a farsi il segno della croce o baciare ostentatamente il crocifisso.
Appena la situazione lo consentì Rethis, rosso in viso e livido di rabbia, riprese la sua difesa deviando sensibilmente dal discorso preparato. Se ne uscì con «Signori, ascoltatemi nel vostro stesso interesse. Ma come potete pensare di continuare a menare le vostre misere esistenze, orbi, a capo chino come maiali in un’aia!»
Col senno di poi dovette convenire che quelle non furono le parole più indicate alle circostanze: infatti il pubblico reagì all’unisono alzandosi in piedi e chiedendo la testa dell’imputato. Qualcuno, dalla prima fila, lanciò una pietra che aveva con sé, segno evidente di premeditazione, colpendo sulla fronte Rethis, che cadde ai piedi della sbarra nell’entusiasmo generale.
Nicolas fece un cenno al militare più vicino e questi si avvicinò al lapidatore chiedendogli gentilmente di sedersi. L’uomo acconsentì di buon grado, pallido in volto per il timore che la fama stessa dei Probi di Marsiglia incuteva, alzando le mani come prova di buona fede: non avrebbe dato più noie per quella sera.
L’ambasciatore del re di Francia Savari de Montbard, seduto anch’egli in prima fila e protetto da due soldati in armatura pesante, confabulava concitato con i suoi uomini cercando disperatamente il modo di trarre in salvo il loro protetto dalla fossa che si stava così magistralmente scavando. Nicolas sperò che avesse il buon senso di starsene al suo posto, non voleva ulteriori dissidi con la corona ma non avrebbe esitato a sbarazzarsi di quei due se le condizioni lo avessero reso necessario.
O anche solo possibile.
Alzò lo sguardo al soffitto per controllare che il balestriere fosse ancora concentrato, con la punta del dardo ben direzionata verso quel sapiente coglione di Rethis.
Intanto due guardie rimisero in piedi l’imputato in malo modo; Rethis era ancora più pallido del solito e tremava vistosamente, del tutto incredulo di quanto gli fosse appena accaduto.
Toc, toc pensò Nicolas guardandolo: ecco Rovina che bussa alla tua porta, maestrino. Ora la senti anche tu?
«Signori illustrissimi,» continuò Rethis con chissà quali forze. «La mia opera non è un oltraggio a Dio, ma un inno alla sua gloria! Se continuassimo ad ingannarci incorreremmo nel peccato di idolatria di fronte a Dio e alla sua Chiesa. Inoltre, rischieremmo di porre fiducia in elementi della natura che potrebbero non essere assolutamente meritevoli di tale stima. Potrebbero indurci in inganno!» Si asciugò un rivolo di sangue che gli scendeva sinistro lungo il viso, imbrattando la preziosa tunica magistrale.
«Signori, ascoltatemi vi imploro!» L’imputato dovette alzare la voce per farsi udire, «Se queste non sono preghiere allora i loro frutti non discendono… potrebbero non discendere direttamente da Dio; potrebbero essere solo falsi idoli ai quali ingenuamente rivolgiamo la nostra adorazione. Potrebbero tradirci quando più ne abbiamo bisogno, oppure produrre effetti malevoli. Potrebbero essere addirittura opera del Demonio. Ma cosa avete in quelle ottuse piccole teste, buone solo a contar soldi e arrotare spade? Come potete essere ciechi e sordi di fronte e tutte le evidenze che ho dovuto mostrarvi? Dio stesso dovrebbe strappare questo soffitto e apparirvi come nelle Scritture perché possiate riconoscere la verità?»
Il silenziò calò in tutto il Tribunale Rituale sotto il peso di quell’immagine così temeraria mentre lo stesso Rethis realizzava di essersi spinto troppo oltre nella sua difesa.
Ormai, però, non poteva più rimangiarsi quanto detto, per cui, in quell’atmosfera di sospensione così gravida di minacce, aggiunse con una voce tagliente di rasoio e udibilissima anche nelle ultime file: «Che Dio possa maledirvi tutti!»
La freccia di Clotaire colpì il carro conficcandosi a pochi centimetri dal volto di Aelis, la quale, senza indugio e nessuna paura, l’afferrò come si farebbe con un pugnale, la estrasse con tutta la forza che aveva in corpo e si voltò pronta a conficcarla nella gola di quel maiale di Fango.
Lo trovò però già riverso a terra.
Aélith era stata più veloce.
Ancora una volta.
Con gli occhi di tutti puntati sul culo della sorella, Aélith aveva potuto tornare sui suoi passi e recuperare la spada corta nascosta nel carro; era piuttosto evidente che il loro piano d’intrufolarsi fosse andato a farsi benedire. Meno male che non dovevano esserci perquisizioni all’ingresso! Quella bagascia al porto si sarebbe pentita delle informazioni fasulle che aveva venduto loro a caro prezzo.
Eccome se si sarebbe pentita.
Presa la spada era pronta a colpire quando arrivò la freccia, un tiro piuttosto impreciso che avrebbe potuto essere destinato alla guardia così come ad Aelis; comunque era l’ulteriore conferma che fosse il caso di andarsene.
Rivelando una certa pratica piantò la spada nella schiena di quell’idiota dalle mani lunghe, tra le scapole, proprio in corrispondenza del cuore.
Le altre donne terrorizzate cominciarono ad urlare a gran voce: «All’arme! All’arme! Ci attaccano, all’arme!»
Anche la guardia un tempo più alta e adesso solo più lunga, giaceva a terra con la spada corta di Aélith conficcata nella gola: era stato un tiro davvero perfetto, non facile quando si ha a che fare con una spada corta invece che un coltello da lancio.
«Silenzio!» Gridò Aelis correndo verso il cancello. «State zitte, mettetevi al riparo!»
Ma le altre donne continuavano a lanciare grida di allarme, così non passò molto che si udì, dall’interno della fortezza, lo zoccolio di cavalli lanciati al galoppo.
«Dobbiamo entrare!» Ordinò Aélith fiondandosi anch’ella verso il cancello proprio mentre, a tutta velocità, uscirono dalla Fortezza al galoppo quattro guardie in armatura leggera che quasi travolsero le due gemelle, il carro e le altre donne che, terrorizzate, si gettarono un po’ in tutte le direzioni con le gambe all’aria.
L’ultimo cavaliere non aveva quasi fatto in tempo a uscire che il cancello fu mollato di colpo alle sue spalle mentre le catene del ponte levatoio iniziavano a tendersi per alzare l’imponente struttura difensiva.
«Merda!» Esclamò Aelis. «E adesso?»
«Adesso scappiamo in fretta, prima che qualcuno noti che questi due,» Aélith indicò le due guardie a terra, «non sono stati uccisi da frecce.»
«Sì,» annui Aelis, che ancora teneva la freccia di Clotaire in mano; tanto a quel punto non avevano più possibilità di accedere alla Fortezza. Il loro bel piano era fallito miseramente. C’era però una cosa Aelis che voleva ancora fare. «D’accordo,» rispose. «Però, prima di tornare alla locanda…»
«Cerchiamo di capire chi ha lanciato quella freccia,» concluse per lei la sorella mentre già iniziavano a correre verso le vicine case di Marsiglia. «Ho un paio di cosine da chiedere anch’io.»