Nicola Santi

Nerone, 2024

Primi capitoli del romanzo

L’inizio della fine, se così si può dire, è stato quella dannata sera; nessun dubbio a riguardo. Lo sapevo benissimo già prima di inserire la chiave nella toppa di casa. Ricordo come mi tremasse la mano, tanto da dovermi aiutare con l’altra. Sicuro come la morte, sarebbe andata a finire male.

Date le premesse, non avevo alcuna chance di cavarmela.

Quello che non sapevo, e che non avrei mai potuto nemmeno immaginare, è la piega che avrebbero preso gli eventi. A ripensarci adesso, avrei fatto meglio a lasciar correre e accettare il mio destino con stoicismo marziale. D’altronde, avere un’amante non è poi una colpa così grave o rara. Avrei semplicemente dovuto pagare il prezzo di quei baci, del suo sedere perfettamente a forma di cuore, delle notti spese in macchina e in alberghetti sudici di periferia.

Mi tremavano le mani, dicevo, come se avessi visto il fantasma della mia fine ma ancora sotto sotto speravo, contro ogni buon senso, che sarei riuscito a preservare larga parte della mia vita dopo l’inevitabile tempesta. Che stupido!

Quando riuscii finalmente ad aprire l’uscio ed entrare nel mio appartamento, come del resto avevo fatto altre milioni di volte, stavo ripassando un certo discorsetto abbastanza solido sul fatto che ormai noi due non avessimo più rapporti da anni, mia moglie ed io dico, perché con Francesca di rapporti ne avevamo eccome, fino a rischiare l’infarto.

Ad Anastasia, è il nome della mia consorte, avrei spiegato che sono cose che capitano, l’amore finisce, la noia prende il sopravvento, la vita è schifosamente breve e altre cose così.

Breve, sì, il punto è quello. Mio nonno diceva che fosse breve, ripida e piena di merda come la scaletta del pollaio.

Terrorizzato, con il mio discorso in punta di lingua, misi appena un piede in sala e per poco non mi ritrovo steso a terra con la faccia fracassata da quell’orribile statuetta di vetro, pesante come un’accidenti, che Anastasia mi scagliò contro a tradimento. Mi aspettava al buio, come una fiera, in piedi al centro della stanza con il preciso intento di ammazzarmi; o forse no, era fuori di sé dalla rabbia e voleva sì ammazzarmi, ma senza uccidermi veramente.

Potete immaginarmi come uomo leggermente sovrappeso, forse anche più che leggermente, ma i miei riflessi sono ancora quelli di un adolescente così riuscii a schivare quel basso rilievo della Sacra Vergine, almeno cinque chilogrammi di peso, che si andò a piantare nella parete di cartongesso proprio alle mie spalle.

Perforandola, capite? Si conficcò nel muro come la famosa spada nella roccia. Se mi avesse colpito, bye bye a tutti e i miei problemi sarebbero finiti lì.

“Sei pazza! Potevi ammazzarmi!” le gridai contro in preda ad una furia cieca. Fradicio di adrenalina cercai di raggiungerla ma lei, al contempo, si mosse verso di me e sarà stato lo sguardo gelido dei suoi occhi chiari, i denti digrignati o il viso avvampato, fatto sta che quel quintale di donna azzerò all’istante la mia baldanza e mi umiliai al punto da indietreggiare di qualche passo; al punto da voltarmi verso il corridoio per sincerarmi di avere ancora una via di fuga.

In amore, dopotutto, vince chi fugge.

Mi imbarazzo un po’ a riferire di essere stato preso a schiaffi in casa mia e riempito di insulti dalla mia legittima conserte. In tre parole: sapeva già tutto.

Qualcuno, forse la stessa Francesca, le aveva inviato in una busta gialla delle foto in formato A4 in cui stavo facendo sesso con la mia amichetta venticinquenne in varie posizioni. Restai sorpreso alla vista delle mie natiche che non ricordavo essere così pelose e di quel mio pancione debordante. Non un bello spettacolo, no davvero. Forse, pensai, lo stress di quei momenti mi avrebbe aiutato a bruciare un po’ di grassi.

Francesca, invece, era bellissima in foto come dal vivo, anche se non ricordavo quel taglio di capelli a caschetto.

Mentre Anastasia strillava come un’aquila inferocita, scagliando soprammobili in giro per la sala e sputando fiamme; mentre cercavo di evitare di finire troppo a lungo sotto le sue mani pesanti come pale di mulino; mentre proteggevo eroicamente i 60 pollici del mio schermo OLED appena comprato, come se avessi mai potuto tornare a godere di quelle immagini perfette; nel mentre, gettavo occhiate alle foto incriminanti sparse al suolo sopra il tappeto domandandomi da quale angolazione fossero mai state scattate senza riuscire a darmi una risposta definitiva.

Il luogo era invece facile da riconoscere per via delle catene appese al soffitto, degli specchi a bordo e sopra il letto e del campionario di frustini e morsi di cuoio appesi al muro: l’hotel dell’amore Funny Times di Zurigo, dove ci eravamo rintanati appena qualche giorno prima per una romantica escursione estera.

“Cristo Santo!” gridava Anastasia, ed era quasi mezzanotte, mentre mi coprivo il capo con l’avambraccio per evitare l’ultima bordata di una cornice d’argento. Curiosamente, la cornice conteneva una nostra foto di nozze, in bianco e nero, scattata quindici anni prima e oltre cinquanta chili in meno, tra lei e me.

“Ma hai pensato al partito?” mi accusò Anastasia, “hai pensato alle conseguenze, povero imbecille che non sei altro? Le elezioni sono alle porte, Cristo Santo! Ti abbandoneranno come un appestato, dopo tutti gli sforzi che ho fatto, tutta la merda che ho dovuto sopportare per non farti apparire come il povero coglione senza speranza che sei!”

Avevo sì pensato alle elezioni rincasando dal lavoro, dopo aver trovato nella mia casella postale un’e-mail di Francesca in cui diceva di essersi stancata del ruolo dell’amante, delle serate passate da sola ad aspettarmi, del non poter nemmeno prenderci per mano camminando in strada, di non poter andare al cinema assieme e tante altre voci di un lungo elenco di lagnanze culminante nella minaccia di spifferare tutto a mia moglie, se non avessi trovato le palle per farlo io stesso entro dodici ore.

Un ultimatum bello e buono.

Ovviamente, nemmeno mi balzava in mente di dire tutto ad Anastasia, piuttosto avrei esperito un tentativo di blandire Francesca regalandole qualcosa di carino, magari da abbinare ad una serata romantica piena di moine e promesse sincere ma difficili da mantenere. Avrei sistemato tutto come al solito, insomma.

Se non fosse che, prima di lasciare lo studio dentistico, arrivò una seconda e-mail sempre di Francesca. Brevissima e affilata come un bisturi: “gliel’ho detto.”

C’era scritto solo questo: “gliel’ho detto.”

Così, senza punti esclamativi, senza enfasi, senza possibilità di appello. Nessuna trattativa possibile, nessuno spazio di manovra. Mi crollò il mondo addosso e rincasai, come si dice, con la morte nel cuore. Se non il primissimo pensiero, almeno il terzo è stato dedicato alle elezioni per il parlamento: candidarsi per un partito dell’ultradestra, conservatore come Babbo Natale, di un cattolicesimo più radicale di Torquemada e con una concezione familiare ristretta a una sola combinazione di generi non è stata poi una così grande idea. Proprio no. Io poi, me ne sono sempre fregato di religione e orientamento sessuale.

Tornando a quella sera, il partito non mi avrebbe certo candidato se fosse uscita la notizia del mio adulterio reiterato e compiaciuto. In nessun caso lo avrebbe fatto, anche perché ero al mio primo rodeo. Anastasia gridava il vero con quel suo vocione stentoreo e i modi da camionista che forse un tempo mi erano anche piaciuti, dopotutto l’avevo sposata, ma in quel momento mi ricordavano solo Pavarotti, con i capelli tinti, corvini, il girovita equatoriale la voce potentissima.

Chi vorrebbe mai Pavarotti come moglie? Non lo so, la mia mente divagava per non concentrarsi sulla situazione contingente e non saper immaginare come uscirne con il minor numero di ferite. Non parlo di quelle fisiche ma della mia carriera e del mio matrimonio.

Cioè, della mia carriera più che del mio matrimonio agonizzante per tanti motivi che al tempo non riuscivo a focalizzare, concentrandomi solo sulla totale assenza di attrazione fisica o l’immensa forza centrifuga esercitata su di me dalla bella Francesca.

Forza centrifuga che allora, in quel preciso momento, mentre Anastasia si dirigeva verso la porta di casa maledicendo i vicini che si lamentavano a gran voce del nostro chiasso dalle scale, forza che avrei definito addirittura amore non potendo immaginare che gli avvenimenti mi avrebbero smentito di lì a qualche minuto.

Anastasia spalancò il portone praticamente strappandolo dai cardini, con la bava alla bocca del cane rabbioso e senza smettere di urlare un solo istante. Perlomeno, non si accaniva più contro di me dandomi il tempo di rifiatare, seduto sul pavimento proprio in mezzo alle prove della mia colpevolezza.

Immobile sulla soglia, certamente lì per origliare, apparve il nostro vicino più insospettabile: una specie di vecchio con cui avevo scambiato sì e no cinquanta parole da quando ci eravamo trasferiti in quel condominio di lusso. Viveva proprio nell’appartamento a fianco al nostro da cui, giuro su Dio, di non mai sentito provenire alcun rumore, tanto di avere sospettato in almeno un paio di circostanze che fosse giunta la sua ora e si stesse decomponendo su una poltrona ancora incellofanata, con il telecomando stretto nella mano scheletrica e la televisione accesa.

Invece no, di quando in quando riappariva all’improvviso nella tromba delle scale o dietro le porte pneumatiche dell’ascensore, con quel suo sorriso malvagio e il completo firmato. Una specie di fantasma del condominio.

Non mi stupì affatto scoprirlo con l’orecchio incollato al nostro uscio per farsi gli affari nostri. Mi stupì invece la reazione di Anastasia che gli passò delicatamente la mano sul viso. Ero… era… l’avrei definita quasi una carezza ma certamente avevo visto male, o frainteso, o entrambi.

Non si dissero altro perché la tipa del terzo piano, capelli lunghi, rossi, occhi verdi, seno interessante, donna di classe, era affacciata alla ringhiera del piano di sopra e, sporgendosi sulla tromba delle scale, pretendeva di fare silenzio, che quello era un condominio di gente per bene e da quando eravamo arrivati noi sembrava di essere al testaccio.

Anastasia non perdeva occasione per parlarmi male di lei così si sporse anche lei oltre il parapetto scambiando epiteti virulenti con la bella coinquilina del piano di sopra. Erano entrambe inviperite e sollevarono un baccano tale che in capo a cinque minuti tutto il palazzo si affacciò ai rispettivi usci per capire cosa diamine stesse succedendo: l’ipotesi più accreditata era che una gang di cinquanta ragazzini strafatti di crack avesse organizzato un rave nel nostro condominio.

Intanto, approfittando della confusione, il vecchio si infilò in casa senza chiedere permesso e mi aveva raggiunse in sala, sedendosi sul nostro divano senza proferire parola. Rimasi stupido di quella confidenza tanto da smettere di studiare le foto delle mie peripezie erotiche e rivolgergli un lungo sguardo interrogativo del tipo: le sembra forse il caso?

“Posso aiutarla,” si propose lui con naturalezza e carisma, piegando irrimediabilmente il corso della mia vita verso una direzione insospettabile e surreale.

“Chi le dice che abbia bisogno di aiuto?” risposi orgogliosamente proprio in mezzo di quello che restava dell’arredamento del mio salotto, del mio matrimonio e della mia vita; tra l’altro, con le guance ancora rosse per i ceffoni ricevuti e la cravatta slacciata fino allo sterno.

Lui rispose che aveva sentito tutto da quella fortezza del silenzio che era il suo appartamento, che capiva la situazione e che poteva certamente aiutarmi.

Ora, che avesse sentito tutto era fuori discussione: tutto il palazzo aveva udito le urla di Anastasia. Probabilmente, tutto il quartiere. Se fossimo andati avanti di quel passo, la mia carriera politica sarebbe finita nel cesso ancora prima di cominciare.

Dubitavo, però, che quel vecchio potesse essermi di un qualche aiuto: primo perché non lo conoscevo affatto e secondo perché sembrava il classico pensionato benestante, senza figli, mai sposato, con l’unico problema al mondo di campare a sufficienza per vedere la stagione finale di the Crown.

“Non è serata, la prego,” alzandomi da terra lo invitai a tornarsene nella sua bara di lusso, tra naftalina e Voltaren quando qualcosa nel suo sguardo mi paralizzo: i suoi occhi, in quel momento, mi parvero più neri della notte e profondi come la solitudine. Penetranti, sicuri, seducente e fermi come un quadrangolo, quegli occhi non ammettevano replica da parte mia; dovevo necessariamente ascoltare cosa avesse da dirmi e, credetemi, da darmi aveva un bel po’ di cose.

Ad esempio, sapeva il nome di Francesca Roversi, sapeva dove e quando ci eravamo incontrati, per quanto tempo, mi ha elencato i regali che le avevo fatto, in ordine cronologico, come eravamo vestiti nei diversi appuntamenti soffermandosi pruriginosamente sulla biancheria intima di lei; mi ha riferito quale fosse l’indirizzo dell’abitazione di Francesca, descrivendone con dovizia di dettagli l’arredamento, sapeva la sua data di nascita, mi ha descritto con precisione fotografica il locale dove andavamo a pranzare, i pasti che consumavamo e la gita a Zurigo.

Dopo quello sfoggio nozionistico degno dell’intera intelligence americana, davanti mio sgomento più profondo, ripeté la sua offerta con voce immobile e suadente: “posso aiutarla.”

“Può aiutarmi?”

“Posso.”

“E come?”

“Questi non sono affari suoi.”

“Credo lo siano.”

“Si sbaglia: gli affari suoi sono il problema, i miei il modo di risolverli.”

“Ma come fa a conoscere tutti questi dettagli della mia vita privata?”

“Non è la domanda giusta, in questo momento.”

Le mie domande, se non giuste, mi sembravano legittime ma il vecchio, che a tratti non mi sembravo poi nemmeno così vecchio, era un osso duro. La prima ipotesi che mi balenò in mente è che mi stesse spiando da tempo, forse collocato proprio dal partito nell’appartamento di fianco, per verificare la mia moralità in vista delle prossime lezioni. Una specie di garanzia per l’investimento degli ultimi mesi sulla mia persona e, in effetti, sforzi e denaro erano stati spesi dalla segreteria per sponsorizzare la mia campagna elettorale in ogni modo: facendomi apparire sui giornali, portandomi in giro come un ciuco parlante in comizi e conferenze, trascinandomi a odiose presentazioni di scuole, biblioteche e ospizi durante le quali non facevo altro che pensare al sederino perfetto della mia Francesca e a quando avrei potuto rimetterci le mani sopra.

La politica, diciamocelo, non faceva proprio per me ma nemmeno sbattermi tutto il giorno a otturare carie e fresare tartaro era uno spasso; quindi, ho opposto meno resistenza del previsto quando mio suocero mi ha proposto la carriera politica.

Onorevole Flavio Ingannamorte, che poi era il mio nome al tempo e non mi sembrava che quell’onorevole davanti stonasse poi così tanto, anzi.

“Come vorreste risolvere la… faccenda?” chiesi.

“Nemmeno questa è la domanda giusta.”

Esasperante quel vecchio, al punto che non avevo nemmeno prestato caso al cessare dei rumori per le scale: la lite si doveva essere esaurita un qualche tempo prima, forse durante la precisa cronistoria della mia relazione con Francesca. Fatto sta che non avevo nemmeno sentito rientrare Anastasia che in quel momento stava ascoltando in piedi la conversazione pazzesca tra me la spia della porta accanto.

Io la guardai ma lei non ricambiò, concentrata com’era sul vecchio valutando le opzioni a disposizione.

“Cosa vuole in cambio,” esordì Anastasia con voce ferma e piglio professionale da avvocata, quale era, in effetti.

“Ecco,” gli occhi del vecchio sembrarono risucchiare tutta la luce della stanza ed io ebbi la precisa sensazione di trovarmi a tu per tu con Satana in persona, “questa, mia cara signora, è esattamente la domanda giusta.”

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