Primi capitoli del romanzo
Interno di un ristorante turistico di piccole dimensioni. Al centro, al-cuni tavoli apparecchiati in modo semplice. A sinistra, il bancone del bar. Sulla destra, una porta conduce alla cucina. Sul fondo, accanto all’ingresso principale, una grande vetrata lascia intravedere alberi ri-gogliosi e un cielo limpido di una mattina estiva.
SILVERIO. (entra in scena sconvolto dalla porta di cucina, richiu-dendola con forza per poi appoggiarvisi contro con le spalle e lasciarsi lentamente scivolare a terra, stringendo la testa tra le mani. Mugola e piange anche quando si rialza e, barcollando, si appoggia ai tavoli per non cadere. Zigzagando raggiunge il bancone, si versa da bere da una bottiglia verde e lo tracanna reggendo il bicchiere con entrambe le mani tremanti. Sbatte il bicchiere sul banco, lo riempie e lo svuota nuovamente. Con la mano sulla fronte, scuote il capo lasciandosi scappare un altro singhiozzo. Infine, dopo essersi asciugato gli occhi con l’avanbraccio, sciacqua il bicchiere e lo asciuga con uno straccio celeste, guardando fuori dalla finestra e cercando di ignorare la porta di cucina.)
FABIANO. (entrando un po’ curvo dalla porta d’ingresso) È per-messo? C’è qualcuno? Non risponde nessuno, eppure la porta è aperta. Forse, dovrei attendere fuori. Salve! Buongiorno! C’è qualcuno?
SILVERIO. Siamo… (non riesce a rispondere, la voce rotta dall’emozione. Tossisce) Siamo… siamo ancora chiusi.
FABIANO. Ah, ma allora qualcuno c’è. È là, mi scusi non l’avevo vista in questa penombra.
SILVERIO. (asciugandosi ancora le lacrime e con la voce ancora in-certa) Siamo ancora chiusi, è appena l’alba.
FABIANO. Ma… la porta di ingresso è aperta.
SILVERIO. Non significa…
FABIANO. Il cartello sul sentiero lo conferma…
SILVERIO. Sì ma…
FABIANO. …e anche il cartellino sull’uscio dice “APERTO”.
SILVERIO. Ma insomma, cosa insiste? È mattina presto, se non le basta il cielo, consulti il cellulare. Se le dico che siamo chiusi vorrà ben dire che lo siamo?
FABIANO. Ah, d’accordo. Non si scaldi, anzi, mi scusi. Non volevo essere inopportuno.
SILVERIO. Lo è stato, credo che nessun altro cliente abbia avuto la sfacciataggine di presentarsi a quest’ora. Finisca il sentiero, scatti le foto al paesaggio e poi, con tutta calma, tor-ni qui per l’ora di pranzo.
FABIANO. Sì, ma, vede…
SILVERIO. In quanti siete?
FABIANO. Solo io, ma…
SILVERIO. Meglio, oggi non ho molto da cucinare, solo dei gamberoni freschissimi. Buoni, non mi fraintenda, ma pochi.
FABIANO. Io… freschissimi dice? Bene, devo essere vera-mente gustosi. Comunque, io non sono qui per mangia…
SILVERIO. Ha già visto la specola di San Silverio?
FABIANO. No, sono sceso direttamente al ristorante dal sen-tiero, appena incontrato il cartello.
SILVERIO. Allora vada, vada a vederla. Torni sui suoi passi, continui la salita e raggiunga la specola, le manca proprio po-co per arrivarci. Le piacerà, con le bandierine, la campana e la statua del Santo. Piace a tutti. Giri dei video, li posti su qual-che social e attenda l’ora di pranzo.
FABIANO. Che porta il suo nome, giusto?
SILVERIO. Chi?
FABIANO. La specola, dico: porta il suo nome, vero?
SILVERIO. Sì, esatto. Da lassù potrà godere di un panorama mozzafiato e… ma scusi, può ripetere?
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